Iran, dove la pandemia è una menzogna di Stato

| Madjid Bazeli, medico chirurgo e attivista iraniano, accusa il governo del suo Paese di aver nascosto dati e numeri condannando a morte migliaia di persone. La pandemia è un mezzo per consolidare il potere e indebolite l’opposizione

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Di Germana Zuffanti
Numeri, curve, stime: per l’Italia come per tutti i paesi in cui il Covid-19 si è diffuso e ha provocato decine di migliaia di vittime. Ma quanto le stime rappresentano realtà e quanto i governi in tutto il mondo hanno “pilotato” o nascosto i veri numeri per non creare il panico o seguire una linea sovranista? Quanto tempo prima i governi sono stati avvisati dell’emergenza sanitaria? Questi sono gli interrogativi più “scottanti” di questi mesi, perché dai ritardi è emersa una catena di inefficienze e disastri sanitari e umanitari senza eguali in tutto il mondo.

Fra i Paesi più a rischio di sottostime e silenzi la Cina (accusata di avere taciuto all’OMS il contagio e l’origine reale del virus), la Russia, gli Stati Uniti, il Brasile e soprattutto l’Iran. Poco o niente si sa dei reali dati in Africa, dove fragilissimi sistemi sanitari non sono in grado di fronteggiare alle ondate di contagio che hanno mandato in crisi l’efficienza sanitaria di paesi molto più evoluti e attrezzati.

Ma fra tutti, l’Iran è un caso che merita ancora più attenzioni, dando voce ad uno dei medici che, come parte dell’associazione dei medici iraniani in Italia e sostenitore del consiglio nazionale della resistenza iraniana, si batte per far luce sui dati reali del dramma Coronavirus nel suo paese, già segnato da altri drammi e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla drammatica situazione in cui versano i suoi connazionali.

Si chiama Madjid Bazeli, ed è un chirurgo vascolare che fa della libertà un vessillo, ospite fisso di diverse videoconferenze in cui ha ripetuto l’importanza della prevenzione, del rispetto dei protocolli sanitari e, soprattutto, di quanto soltanto i numeri corretti possano aiutare i sistemi sanitari ed i governi a fronteggiare l’epidemia.

Dottore, ci descriva il virus e come mai si è diffuso in Iran e da lì in Medio Oriente: quando è scoppiato il contagio?

Questo è un virus che presenta una rapidissima diffusione attraverso mutazioni intelligenti: ha cambiato morfologia ed ha espresso una proteina in superficie (spike) ad altissima specificità per i recettori delle cellule umane, attraverso la quale opera nella cellula ospite. È un virus che ha fatto il salto di specie passando definitivamente dall’animale all’uomo, e lì è rimasto. Il virus in Iran è comparso per la prima volta nella città santa di Qom per la presenza di turisti cinesi arrivati tramite voli aerei, per nulla diminuiti in tutta prima fase di epidemia. Il regime iraniano, per via dei rapporti con Pechino, di vitale importanza per la crisi politica ed economica in cui si trova, non ha bloccato i voli aerei da e per la Cina in un momento in cui tutto il mondo al contrario li cancellava.

Con l’idea e la volontà di assicurarsi un’alta affluenza per la celebrazione dell’anniversario della rivoluzione (l’11 febbraio) e subito dopo (il 21 febbraio) per le elezioni parlamentari, la popolazione non è stata informata sul reale pericolo dell’epidemia: gli alti funzionari del regime continuavano a negare l’esistenza del virus, mentre in vari ospedali del Paese i reparti di rianimazione erano al collasso. Il popolo iraniano è stato disinformato ed è rimasto inerme e indifeso.

Si è riconosciuta ed annunciata l’epidemia con settimane di grave ritardo, finché non si è deciso di procedere ad una semi-quarantena: pensate cosa può significare, in un contesto come questo, un gap di comunicazione di almeno 30-35 giorni dall’inizio dell’epidemia. Un periodo di tempo in cui la popolazione ha potuto muoversi liberamente favorendo la diffusione massiccia del virus da città a città, da regione a regione. Parliamo di un lungo silenzio, consapevole e voluto.

Come vengono forniti i dati in Iran?

I numeri ufficiali forniti da governo sul numero di contagi e morti apparivano fin dall’inizio troppo bassi per essere realistici. Bisogna fare chiarezza su una cosa: i dati forniti dal governo sono gestiti ed elaborati dal Comitato Nazionale per la lotta al Coronavirus. Questa task force, incaricata di studiare un piano per fronteggiare il contagio, in realtà ha solo il compito di vigilare su dati e fornire i numeri ufficiali all’opinione pubblica internazionale e controllare in maniera capillare i dati contrari o differenti diffusi da altre fonti. Il Comitato ha ridimensionato drasticamente i dati per non creare panico tra la popolazione, ma più che altro per evitare proteste. La gente era già segnata da drammi e catastrofi recenti (ricordiamo il terremoto e l’alluvione) e il regime non avrebbe potuto proporre un lockdown per diverse ragioni, a cominciare da quelli economici, ma anche per questioni di un’immagine politica legata anche all’utilizzo di risorse finanziarie ad hoc.

Si è letto sui giornali internazionali che, mentre i leader dicevano alla gente che non c’era nulla di cui preoccuparsi, rifiutando di chiudere gli spazi pubblici, la polizia andava negli ospedali per impedire al personale medico di rivelare la vera portata della pandemia. I rapporti dei numeri in ogni provincia mostrava che le cifre riportate dal regime erano da cinque a dieci volte inferiori a quelle reali, sia con riferimento al numero dei morti che dei contagiati: dopo il ritorno della sua delegazione da Teheran, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha confermato.

Dove si ravvisa la serialità nell’atteggiamento del governo iraniano?

Il governo sin dall’inizio ha insabbiato e nascosto, e poi, per non smentirsi, ha continuato a mentire. Si è valutata l’emergenza come una buona opportunità per poter prendere il tempo sulla situazione esplosiva del paese, in grandissimo affanno sia per la crisi economica che per l’inettitudine di una classe dirigente spesso corrotta, nonché per le traballanti relazioni internazionali con i paesi occidentali. Ad oggi si superano i 39mila morti, con un numero impreciso di contagiati, probabilmente vicino ai due milioni.

Come definisce l’approccio del suo paese di fronte all’emergenza Coronavirus?

L’Iran è uno dei peggiori focolai di coronavirus di tutto il mondo: ha straordinarie potenzialità e risorse economiche che paradossalmente non sono utilizzate a favore della popolazione per l’emergenza sanitaria, ma vengono dirottate su progetti di altro tipo: nucleare, missilistico, bellico, militare o paramilitare.

Il governo si è mosso con consapevole indifferenza prima, con incompetenza e negligenza poi. I ritardi hanno causato una serie di problematiche che hanno portato al disastro umanitario di cui tutta la stampa estera, oltre che quella iraniana (per quanto le sia permesso), parlano. Purtroppo l’Iran è un paese in cui il popolo ed il regime sono su due fronti diversi e conducono la propria lotta ai fini della sopravvivenza: il popolo per evitare di soccombere, il regime invece per garantirsi una stabilità dopo le rivolte dei mesi precedenti.

Da medico e dai numeri di cui è venuto a conoscenza, cosa emerge?

La catastrofe umanitaria che sta avvenendo in Iran ha fonti certe, purtroppo: la rete capillare della resistenza iraniana fornisce i dati reali e preoccupanti sul numero dei morti, ma nonostante gli sforzi si conosce del numero dei morti e non dei contagiati: se basassimo il tasso di mortalità e di contagio solamente su 10-12%, come quello che è successo qui , immaginate il numero di 39.000 morti attuali andrebbe moltiplicato per circa 10 volte, cosi avremmo un numero approssimativo dei contagiati.

Tanti giornali esteri, Le Monde e Le Figaro, il Washington Times e del Washington Post confermano quanto ho detto, nonché l’insabbiamento delle notizie e dei numeri, lasciando trasparire l’opera omissiva del governo.

L’OMS riconosce solo i dati inviati dagli Stati e non da altri organi. Nonostante ciò, il direttore delle emergenze in Iran parlava a metà marzo di dati molto sottostimati.

I dati ufficiali sono quelli forniti dai Governi, ma non corrispondono al vero, come ho spiegato. Da medico, vedendo i dati e facendomi una mia opinione sulle notizie, credo, come tanti, che il regime abbia colto l’occasione per consolidare il potere, indebolire l’opposizione e non prendersi cura della gente. Già conosciamo le omissioni precedenti, le notizie dei morti nelle manifestazioni di novembre e quelle sull’abbattimento dell’aereo di linea ucraino... Le informazioni raccolte dalle diverse province iraniane (31), le affermazioni ufficiali dei media del regime e quelle degli esperti internazionali non lasciano dubbi sull’enorme discrepanza dei dati e sulla difficoltà di reperire la corretta dimensione dell’epidemia.

Da medico lasciatemi dire una cosa: le prime armi contro questo virus sono la PREVENZIONE e la quarantena, l’analisi corretta di tutti i dati del contagio per fare in modo di approntare una politica di contenimento che possa fare perdere meno vite possibile. In Iran questi due punti non sono stati rispettati perché avrebbero richiesto tappe specifiche e obbligatorie da rispettare: in Iran ci si è lanciati nella Fase 2 senza avere esaurito nei dettagli la prima, e pertanto sono state “forzate” le curve del grafico dell’epidemia per motivi di sicurezza. L’Iran con le sue risorse avrebbe potuto garantire a tutta la popolazione in difficoltà il ciclo completo della quarantena: ciò che è successo invece è che migliaia di persone sono uscite dalle proprie case per fronteggiare esigenze, necessità e disperazione economica.

Il sistema sanitario di un paese, per non andare al collasso, ha bisogno di dati quanto più realistici possibili per studiare, a livello matematico, quello che è accaduto e che potrà accadere: bastano pochi giorni per consentire, anche in buona fede, che il virus si diffonda e muti. È un virus nuovo, è vero, ma ha una proteina che rende possibile “entrare dalla porta di casa senza forzarla” come piace dire a me, perché muta, si adatta e trova la chiave per cambiare. Ecco perché fare attenzione ai numeri veri ed ai contagiati effettivi è fondamentale: in Iran si parla di settimane di ritardo nell’annunciare l’epidemia e come è facile immaginare, i danni sono devastanti. Da medico potrei dire quali siano le linee guida di segnalazione di un’emergenza all’OMS: tutti i paesi membri dovrebbero, in meno di 24 ore, segnalare gli incidenti suscettibili di rappresentare un’emergenza sanitaria internazionale, nonché le misure mediche da adottare. Siamo sicuri che in tutti i paesi questa norma sia stata rispettata?

Se è così, siamo di fronte ad un danno enorme.

Se il numero dei contagiati e delle vittime in Iran fosse davvero così basso come dicono, per quale motivo sarebbero state costruite in fretta a Teheran ed altre città decine di migliaia tombe, oltre alle fosse comuni già documentate da foto nella città di Qom?

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