La morte di Willy, l’odio che affonda nel nulla

| Paolo La Francesca, agente di polizia, scrittore e presidente di un’associazione no profit, è stato adottato appena nato e conosce bene le sofferenze del giovane ucciso a Colleferro

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Di Germana Zuffanti
“Cosa siamo diventati?”: è una domanda che in queste ore circola parecchio sui social, dove in tanti hanno voluto esprimere tutto il loro sdegno su un fatto di cronaca gravissimo, avvenuto in un paesino nei dintorni della Capitale di cui nessuno conosceva l’esistenza fino a qualche giorno fa. Un atto di violenza inaudito e senza motivo costato la vita a Willy Montero Duarte, un ragazzino di colore colpevole solo di aver tentato di difendere un amico.

I media si sono concentrati sugli autori del feroce gesto, quattro bulli di periferia carichi di muscoli e tatuaggi, seguaci dell’idea che nella vita serva la violenza, cresciuti respirando a pieni polmoni l’odio peggiore, quello figlio dell’ignoranza. Sui social i commenti si sprecano: è odio che genera altro odio, sdegno che sfiora la voglia di vendetta. Allora si invoca il vuoto pneumatico di una società dove sei qualcuno se hai dei follower, e hai dei follower se fai qualcosa più degli altri, come magari uccidere. Non c’è un solo motivo, ma decenni di abbandono, di incuria, di imbarbarimento di una società in cui conta apparire, mai essere. Il profilo criminale del branco finito in manette affonda in questioni che da mesi stanno dilaniando gli Stati Uniti: l’odio razziale, la violenza, la pelle di colore diverso che trova terreno fertile in un momento storico confuso, povero, triste e incerto.

Ma c’è chi è passato indenne attraverso le stesse esperienze di violenza ed emarginazione, trasformando le umiliazioni in una forza ancora maggiore.

Non è da tutti, non è semplice, ma è quel che ha fatto Paolo La Francesca. Nato nel 1986 a Itamaraju Bahia, in Brasile, adottato appena nato da una famiglia siciliana, è il presidente di #handsforadoptions: dopo essersi laureato in scienze dei Servizi Giuridici, ha intrapreso il percorso per la laurea in Giurisprudenza e nel 2009 si è arruolato nell’esercito inseguendo il sogno di entrare in Polizia. Oggi è in forza alla Questura di Palermo.

Tempo fa, La Francesca ha pubblicato, con “Armando Editore” un libro autobiografico, “Il profumo della speranza”, una testimonianza diretta che vale come contributo e supporto alle numerose famiglie adottive sparse in Italia e nel mondo, sfociato nella creazione dell’associazione no profit che ha fortemente voluto. Il suo è un percorso interiore di ricerca delle proprie radici, un’analisi della conoscenza del “diverso” che è in sé.

Come straniero adottato, come poliziotto ma soprattutto come uomo, cosa hai pensato quando ha sentito la notizia dell’omicidio di Colleferro?

Viviamo ormai purtroppo in una società con valori talvolta capovolti, immersa in quello che Gianni Vattimo ha chiamato “pensiero debole”, dove le relazioni sono “liquide”, gestite molto spesso dall’apparire e dai social, fatte di forma e non di sostanza. Il terribile fatto di questi giorni è sicuramente da condannare, ma da qui si dovrebbe partire per farsi domande e affrontare i motivi che hanno spinto dei giovani a uccidere un altro giovane. Pensare di ridurre l’intera vicenda ad una “bravata” o ad un gesto “preterintenzionale”, come si era detto all’inizio, mi sembra del tutto fuorviante e riduttivo. Quando ho sentito la notizia ho rivisto, in parte, la mia adolescenza nella terra in cui sono cresciuto e che amo, la Sicilia, dove per uno sguardo di troppo o per un commento eccessivo si rischiavano aggressioni e risse. Sentire dire inoltre a qualche familiare dei ragazzi autori del reato che “tanto si tratta solo di un immigrato”, mi ha rattristato e mi ha portato indietro negli anni. Qui non si tratta né di luogo geografico né di tempo, ma di violenza allo stato puro, bullismo, sopraffazione, odio e ignoranza che vanno combattuti alla radice. Anche io venivo preso in giro da compagni di scuola a causa del colore della mia pelle e dei tratti somatici sudamericani, ma pensavo che il problema (tra i ragazzi soprattutto) fosse ormai superato: il miscuglio tra la cattiva educazione, la mancanza di istruzione e di cultura, l’odio razziale e l’abitudine alla violenza hanno portato alle estreme conseguenze una lite che poteva essere risolta diversamente.

Quale è la tua storia, quella che hai raccontato nel libro?

Sono cresciuto a Trapani, tra i primi bambini stranieri adottati in città. Spesso pongo una similitudine, una correlazione tra immigrazione e adozione internazionale: gli immigrati di cui tanto si parla arrivano sui barconi o navi più o meno comode, mentre noi ragazzi adottati arriviamo con gli aerei, insieme ai nostri futuri genitori. C’è un elemento comune che nessuno potrà mai negare, cioè la speranza di avere una vita diversa e il lusso di poter avere dei sogni. Negli occhi di Willy, il ragazzo ucciso, ho intravisto la stessa luce che accomuna tutti noi stranieri nati in una terra diversa, ai quali si accende la speranza di poter essere parte di un qualcosa, di una società che sappia accettare il diverso, che lo riconosca e che lo accolga.

Senza alcuna retorica, qui si parla di convivenza umana, non solo con chi è diverso da te per la pelle o le tradizioni, ma anche di chi ha opinioni diverse o agisce in modo differente. Da uomo e da appartenete alle forze dell’ordine, ancor più da padre, mi sento vicino alla famiglia di Willy ed esprimo profonda e sentita solidarietà. Credo fortemente nella giustizia e nello Stato che ho l’onore e onere di servire da ben tredici anni, e spero che gli autori di questo efferato atto, accertati tutti gli elementi di colpevolezza e dopo un equo processo, scontino la loro pena e capiscano la gravità di quanto accaduto, ma soprattutto spero che questo episodio possa farci riflettere, prendere coscienza e riappropriarci di valori comuni che non hanno colore e bandiera, ma affondano in sentimenti comuni come l’amore, il rispetto, la famiglia.

Si è parlato di “branco”, di violenza, di mancanza di educazione e di istruzione: si può parlare del ruolo della famiglia e dell’educazione come fattore protettivo dalle violenze?

Sono convinto che la famiglia sia il nocciolo duro di certi valori,  dove si scopre la diversità e l’unione, la fratellanza e la solidarietà. Facendo eco alle parole di Papa Francesco, si dovrebbe diffondere sempre di più il termine “interazione”, intesa come inclusione. Non è semplice. Si tratta di un lavoro che ha bisogno dello sforzo continuo di tanti. Da qui, anche il mio lavoro sulle adozioni, che parte appunto da un’esperienza personale: non solo accoglienza di bambini non propri, ma un percorso serio per amalgamarsi e diventare famiglia, luogo di giustizia, rifugio e pace. Questa vicenda ci dovrebbe fare riflettere sul fatto incontestabile che ovunque troviamo il “diverso”, ma non per questo si deve rifuggire, reprimere o imporre la propria visione. Confronto e condivisione, pazienza, educazione e gentilezza sono le uniche armi disponibili. Dalla famiglia, dagli insegnanti e dalla scuola si può ripartire: il 14 settembre prossimo iniziano le lezioni, e ai bambini e ai ragazzi dico sempre una frase che mi è molto cara: “Non perdete mai la speranza, viviamo in una società che ne ha un gran bisogno”.

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