Siamo in guerra, e il nemico si chiama pandemia

| Intervista a Ferdinando Di Cunto, professore di Biologia Molecolare all’Università di Torino: “Il mondo non ha sfruttato il mese di tempo che ci ha concesso il virus prima di arrivare, ma l’Italia ce la farà, come sempre”

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Di Germana Zuffanti
Nessuno aveva previsto tutto questo: in fondo eravamo quasi pronti alla cyberwar e agli attentati terroristici, ma non ad una strage silenziosa e veloce come quella di un nemico invisibile e spietato. Il numero di morti nel nostro Paese cresce in un modo mai visto prima, neanche in Cina, Paese immenso che di abitanti non ne ha 60 milioni, ma un miliardo e mezzo. Con questo trend, e con la metà dei contagi rispetto alla Cina, avremo più morti di quanti ne abbiano avuti loro.

Ferdinando Di Cunto è professore di Biologia molecolare presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino, dove coordina anche un gruppo di ricerca presso il “Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi” (NICO). La sua attività di ricerca è un prezioso aiuto per capire cosa sta succedendo in questi giorni. In precedenza si è occupato di un’altra epidemia, quella legata al virus “ZIKA” ed ai suoi effetti sulla microcefalia, che rappresenta l’ambito principale della sua ricerca.

Professore, come nasce e si diffonde un’epidemia e come diventa una pandemia?

Le epidemie di solito nascono da nuovi virus, che in natura si generano continuamente partendo da mutazioni casuali di virus già esistenti. Il caso più tipico è quello dell’influenza, che cambia tutti gli anni e richiede sempre nuovi vaccini per un contrasto efficace. Molto spesso i cambiamenti subiti da un virus trasmesso tra gli animali gli consentono di attaccare l’uomo. Quando il nuovo virus è molto diverso da quelli che circolano nella popolazione umana, nessuno possiede anticorpi che possano contrastare l’infezione. È accaduto con la “spagnola”, passata dagli uccelli all’uomo, e ancora con i coronavirus SARS, MERS e COVID-19. Quest’ultimo, pur essendo strettamente imparentato col virus SARS, è meno letale ma molto più efficace nel diffondersi. Soltanto virus con queste caratteristiche possono determinare delle pandemie. E ad aggravare la situazione, il problema è che al momento non esistono vaccini. La natura è in grado di produrre virus molto peggiori dei laboratori militari, a dispetto di tutti i complottismi.

Crede che i comportamenti scorretti siamo stati dettati dalla mancata preparazione ad una simile eventualità o ad ignoranza?

L’Italia non si è comportata in modo particolarmente scorretto, ci sono paesi che stanno facendo peggio di noi, e purtroppo ne stiamo vedendo le conseguenze. Il problema principale di questo virus è la sua insidiosità, che induce ad una forte sottovalutazione. Nella maggior parte dei Paesi, Italia compresa, abbiamo preferito pensare per più di un mese che fosse un problema soltanto cinese, evitabile arginando chi arrivava da lì. Purtroppo il virus è talmente rapido a diffondersi che quando ci si rende conto della sua presenza ci sono già moltissimi contagi. Chi non frequenta gli ospedali non si accorge di niente, ma una volta iniziata l’epidemia gli ospedali, in particolare le rianimazioni, si riempiono rapidamente di polmoniti molto gravi, spesso letali. Anche i sanitari si contagiano, prima ancora di rendersi conto del pericolo. Più che di ignoranza, abbiamo peccato di mancanza di umiltà. Forse però si tratta di problemi sinonimi. La Cina ci aveva regalato un mese di tempo e lo abbiamo sprecato, la Lombardia e l’Emilia Romagna hanno regalato un altro po’ di tempo alle altre Regioni: qualcuno ha capito la lezione, altri no. Ma non è ancora troppo tardi per limitare i danni.

Perché il tasso di mortalità è così alto?

Calcolare il tasso di mortalità non è facile se non si conosce esattamente il numero dei contagiati. Se si definiscono i casi in modo diverso, si ottengono tassi diversi. Partendo dal presupposto che il virus uccida tutti allo stesso modo, e che la nostra assistenza sanitaria non sia molto peggiore di quella cinese o coreana, l’unica spiegazione seria è che stiamo definendo i casi in modo diverso. Ormai è chiaro che in alcune nazioni si sono effettuati più test (i famosi tamponi) rispetto ad altre. I dati provenienti dalla Corea dimostrano che il numero dei portatori asintomatici è enormemente maggiore rispetto a quelli che sviluppano i sintomi, come molti virologi sostengono da tempo. E il dato più sicuro è il numero di morti sulla popolazione generale: su questo bisogna ragionare.

A parere suo, quale sarebbe l’approccio più corretto?

Al momento, la strategia più efficace per limitare il numero dei morti è ridurre i nuovi contagi. Lo si sta già facendo con l’aumento delle distanze sociali e l’applicazione di norme igieniche più rigorose. Bisogna continuare a farlo, con grande decisione. Però va fatto uno sforzo molto maggiore per identificare il numero più alto possibile di portatori inconsapevoli e metterli in isolamento. Nel loro interesse, nell’interesse delle loro famiglie e, ovviamente, di tutta la comunità. In altre parole: più tamponi e più test, mirandoli a coloro che possono diffondere il virus facilmente. Quello che ha fatto finora il Veneto funziona, dovrebbero applicarlo tutti. Però bisogna farlo in fretta: i virus non temono la burocrazia e sguazzano nell’indecisione.

L’impatto sociale ed economico sarà devastante: si profila un collasso del nostro sistema sanitario nazionale. Sarà davvero un mondo nuovo da inventare o ci possono essere soluzioni più immediate? Ed in questo senso, funzionano i ‘modelli’ su cui ogni paese si è basato per affrontare l’emergenza?

Politica, scienza e società dovrebbero parlarsi molto di più, in modo più costruttivo, nell’interesse di tutti. Credo che alla fine di questo incubo ci sarà bisogno di affrontare i problemi culturali e strutturali che gli esperti denunciano da decenni. Anni di pace e benessere ci hanno fatto credere che problemi gravi non debbano mai più verificarsi. È evidente che non è così. Adesso siamo in guerra e le guerre bisogna combatterle con tutti i mezzi. L’Italia è un paese un po’ distratto e spesso superficiale, ma è nelle difficoltà che ha sempre dato di sé la prova migliore. Ci siamo rialzati più forti da una guerra disastrosa, ci rialzeremo ancora più forti da questa disastrosa epidemia.

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