Web e social: una terra di nessuno virtuale

| Aumentano i reati commessi online, e aumentano anche le pene per chi è convinto di essere protetto dall’anonimato di una tastiera. A illustrare la situazione Valerio de Gioia, magistrato del Tribunale di Roma

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Di Germana Zuffanti
È di nuovo “zona rossa”, un lockdown leggermente meno blindato che comunque obbliga tutti a tentare di trovare almeno attraverso il web quella quotidianità che così tanto è cambiata in questi ultimi mesi. I social sono diventati un’agorà virtuale dove tutti conoscono tutti e le informazioni sono immesse in tempo reale e rese immediatamente fruibili e riutilizzabili. I social si moltiplicano, si differenziano in base alla fascia di età, e diventano un mondo parallelo apparentemente libero e anarchico.

A far riflettere gli operatori del diritto è la difficile distinzione tra sfera privata e pubblica, nonché la potenziale capacità di raggiungere in tempi limitatissimi un indeterminato e indeterminabile numero di persone, in ogni parte del mondo. Sui social identità digitale ed analogica si sovrappongono e il rischio è di creare una realtà completamente artefatta. Cosa si nasconde dietro al mondo dei social? Lo chiediamo al dottor Valerio de Gioia, magistrato della Prima Sezione Penale del Tribunale di Roma.

“È solo un social network” spesso si sente dire: ma è davvero così?

Non sempre la presenza sui social network è una scelta giusta. Questo sembrano raccontarci le statistiche che registrano un costante aumento dei reati commessi on line soprattutto da parte di utenti della rete sociale.

Sui social siamo liberi di potere esprimere la nostra opinione, qualunque essa sia, di postare e condividere tutto, ma questo vale anche per gli haters…

L’odiatore in rete – più familiarmente conosciuto come “leone da tastiera” – è un vigliacco che, ad una velocità pari solo a quella delle moderne connessioni, ha visto evolvere le sue performance criminali.

Dai semplici insulti indirizzati preferibilmente ai vip per le più disparate ragioni, talvolta insondabili, altre inesistenti – non deve esserci necessariamente un motivo per sferrare un vile attacco – l’hater è diventato protagonista di nuovi e aberranti fenomeni: è il caso del “body shaming”. Un neologismo che indica derisione, scherno, denigrazione, offesa, presa in giro e, più in generale, mortificazione di un soggetto per le sue caratteristiche fisiche. Il dileggio non risparmia nessuno: vittime, anche se per aspetti diversi, sono sia uomini che donne, a prescindere da età, professione o stato sociale; quello che rileva, nell’ottica dell’odiatore è la non conformità del soggetto ad un determinato canone estetico. Particolarmente vulnerabili sono gli adolescenti alla ricerca di accettazione sociale.

L’impressionante diffusione del fenomeno sul web non è casuale: chi offende, spesso nascondendosi dietro l’identità altrui o di fantasia, pensa di essere immune da qualsiasi forma di responsabilità e non considera la potenzialità lesiva di commenti che raggiungono in un istante un numero indeterminato di persone. Questi, poi, a loro volta, potranno limitarsi a leggerli – compiacendosi o compiacendo l’hater mettendo il proprio “like” – o persino condividerli, generando un aumento esponenziale del numero dei visualizzatori.

Cosa rischiano gli hater?

L’articolo 595 del codice penale sanziona la condotta di chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione e che, se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, la pena è aumentata. Si consideri, poi, che la diffusione di un messaggio diffamatorio, mediante l’uso di un social, integra il reato di diffamazione aggravata: la pubblicazione di una frase offensiva sul profilo del social network rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti e, anche in caso di notizie riservate agli “amici”, ad una cerchia ampia di soggetti. In caso di prospettazione di un ingiusto danno alle vittime dei bulli virtuali, risulterà integrato il reato di minacce di cui all’art. 612 c.p. che, se reiterate, o accompagnate da molestie – tali da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva o da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita – saranno soggette alla più grave sanzione che l’art. 612-bis c.p. riserva al reato di “atti persecutori: stalking.

Si parla sempre più spesso di “truffe sentimentali”. Quali le responsabilità?

Quale uomo non ha ricevuto richieste di amicizia da parte di ragazze dalla straordinaria bellezza ed eccezionali virtù che, amanti dei bambini, del volontariato o della poesia, sono in cerca di una sincera e disinteressata compagnia, stanche degli studi in prestigiose università e del lavoro di babysitter svolto, si badi bene, più per passione che per necessità?

Quale donna, invece, non è stata contattata da aitanti chirurghi o militari in carriera, padri premurosi che, dopo la fine di un grande amore, hanno deciso di dedicare il resto della propria esistenza in azioni umanitarie nei paesi meno fortunati?

Ebbene, chi si nasconde dietro questi profili farlocchi, talvolta di pessima fattura – ma questo gli occhi dell’amore delle persone, alle quali non sembra vero (e infatti non lo è) di essere stati baciati dalla fortuna, non possono vederlo – ha già commesso un reato.

Colui che crea e utilizza un “account” di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet nei confronti dei quali le false generalità siano declinate, con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese, risponde innanzitutto del reato di sostituzione di persona.

Si tratta di un reato prodromico rappresentando sovente l’antefatto o il presupposto per l’integrazione di altri reati quale la truffa, che si perfeziona nel momento in cui, colui che si nasconde dietro il falso profilo, riesca a conseguire un ingiusto profitto a danno della vittima indotta in errore.

Quali le fattispecie di reato più gravi che si realizzano attraverso i social?

Senza dubbio il “revenge porn”, letteralmente “vendetta pornografica”. La diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti integra il nuovo delitto di cui all’art. 612-ter c.p. introdotto dal “Codice” Rosso con l’obiettivo di contenere la sempre più diffusa e odiosa pratica di vendicarsi di qualcuno, solitamente dell’ex partner, diffondendo foto o video hot.

L’autore di queste ignobili condotte, a prescindere dal fatto che abbia realizzato o semplicemente sottratto alla vittima le foto o i video, è punito severamente nel momento in cui invia, consegna, cede, pubblica o diffonde le immagini.

Attenzione però: la stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini e i video, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di procurare un danno. La responsabilità penale, poi, non è esclusa dal fatto che le immagini o i video a contenuto sessualmente esplicito siano state inviate dalla stessa persona rappresentata, come nel caso del “sexting”.

Laddove, poi, gli odiatori determinino le vittime delle loro costanti offese o mortificazioni risponderanno, in caso di suicidio o di lesioni personali gravi o gravissime, del reato di cui all’articolo 580 del codice penale.

I nostri ragazzi, privati della vita di gruppo, si sono avvicinati sempre di più ai social ed alle community di social gaming: ma i minorenni possono avere delle conseguenze a livello di punibilità?

Purtroppo non tutti ne sono consapevoli: solo i minori di 14 anni, per il nostro ordinamento, non sono imputabili (e comunque, anche in questo caso, dei danni arrecati civilisticamente rispondono i genitori), per tutti gli altri si aprono le porte del Tribunale per i Minorenni. L’invito, dunque, è anche ai genitori a controllare, nel rispetto della privacy, che le azioni dei figli non trascendano in condotte penalmente rilevanti.

Come si può essere consapevoli di essere stati vittime di uno di questi reati attraverso i social? E cosa fare per difendersi?

La vittima di tali reati ne diventa ben presto consapevole. Il web, a dispetto di quanto taluni possono pensare, non è una zona franca in cui a chiunque, solo perché munito di una sufficiente alfabetizzazione informatica, è consentito ledere l’onore, la reputazione o la dignità altrui, beneficiando di una sorta di immunità discendente da una sorta di extraterritorialità del mondo virtuale. Tutto quello che viene inserito e postato sul web lascia una traccia: un’impronta virtuale che rimane impressa indelebilmente sui server ed è quindi identificabile dalle forze dell’Ordine, alle quali occorre rivolgersi con fiducia.

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