Bingham Cup, l’eredità di un eroe

| È nata come la Coppa del Mondo LGBT di Rugby, ma è stata intitolata ad un giovane di 31 anni morto sul volo United 93, l’unico che l’11 settembre non ha raggiunto i suoi obiettivi

+ Miei preferiti
L’ultima volta che Alice Hoagland ha parlato con suo figlio, Mark Bingham, non la dimenticherà mai: chiamava dal posto 4D nella business class del volo United Airlines 93. Era l’11 settembre del 2001, il giorno che ha cambiato la storia del mondo. “Mi ha detto: ‘mamma, ti voglio bene. Sono su un volo da Newark a San Francisco e tre uomini hanno preso il controllo dell’aereo, dicono di avere una bomba”.



I dirottatori, che in realtà pare fossero quattro, facevano parte della cellula di Al-Qaeda che quel giorno ha messo l’America in ginocchio uccidendo 2.937 persone fra le Twin Tower di New York e il Pentagono, a Washington. Soltanto con il volo 93, i terroristi non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo, probabilmente la Casa Bianca o il Campidoglio.

A bordo c’erano 37 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio: alle 8:42 il volo lascia la pista di Newark, alle 9:27 parte l’ultimo messaggio diretto ai controlli del traffico aereo. Oltre a Bingham, diversi altri passeggeri, tra cui Todd Beamer, riescono a mettersi in comunicazione con l’esterno. Beamer si mette in contatto con Lisa D. Jefferson, un’operatrice telefonica, spiegandole cosa accade sul volo e annunciandole la decisione compatta dei passeggeri di assaltare i dirottatori per riprendere il controllo dell’aereo: insieme recitano il Padre Nostro, poi la telefonata cade.

Alle 10:03 il volo United 93 si schianta in un campo nei pressi di Shanksville, in Pennysilvania, creando un cratere di 35 metri. Non ci sono superstiti, e i morti dell’11 settembre salgono a 2.977.



Secondo le ricostruzioni, rese possibili dai dialoghi registrati dalle scatole nere, Mark Bingham fu tra i primi a ribellarsi ai dirottatori. Aveva 31 anni, era nato il 22 maggio del 1970 a Phoenix, Arizona: laureato in scienze sociali a Berkeley, in California, era diventato un imprenditore, a capo di una compagnia di pubbliche relazioni con sede a San Francisco. La sua passione era il rugby: insieme ad alcuni amici aveva fondato i “San Francisco Fog”, la prima squadra americana aperta ai giocatori gay, come lui.

È proprio questo, ad essere diventato il lascito di Mark, e una parziale consolazione alla pena infinita di sua madre Alice. Dopo la sua morte, diverse squadra gay friendly formarono la “Gay Rugby Associations and Board”, organizzando per il 28 luglio dell’anno successivo la prima Coppa del Mondo LGBT di Rugby, poco dopo ribattezzata “Bingham Cup”. Un torneo per 15 squadre dilettantistiche a cadenza biennale aperto a giocatori di qualsiasi orientamento sessuale.



Secondo Gus Ventura, fiduciario nordamericano dell’IGR (International Gay Rugby), la vicenda di Mark Bingham ha avuto “un enorme impatto nella crescita di questo sport” negli Stati Uniti e ha contribuito a “mitigare la diffidenza che spesso incontrano gli atleti gay”.

Parlando di recente nel documentario “Legacy: The Mark Bingham Story”, l’ex compagno di squadra e amico Chris Zerlaut ha detto che l’impatto del gesto di Mark è stato travolgente: “Quando centinaia di persone si avvicinano a te e dicono: 'Ero sull’orlo del suicidio, Mark ha cambiato la mia vita’, allora tutta questa storia e il suo sacrificio diventano qualcosa di incredibile”.

Lo scorso anno, alla Bingham Cup hanno preso parte 78 squadre provenienti da 20 paesi, il che lo rende uno dei più grandi tornei di rugby al mondo. L’edizione 2018 ha visto le squadre femminili competere per la prima volta, mentre gli organizzatori sperano che l’evento previsto nel 2020 a Ottawa, in Canada, sia ancora più grande.

Alice Hoagland si commuove ogni volta che sente queste storie: ricorda che prima dell’11 settembre suo figlio si lamentava spesso, perché non c’erano in giro “abbastanza eroi gay” e che il mondo preferiva liquidare quelli come lui solo con tanta ironia. “Per me, che Mark continui a ispirare il prossimo sfidando questi stereotipi è fonte di orgoglio. Il modo in cui tutti lo ricordano e lo onorano mi ha aiutato profondamente ad affrontare il mio dolore. La gioia che vedo nei giovani quando giocano mi ricorda molto quella di Mark. Vorrei solo che fosse qui anche lui: solo così sarebbe tutto perfetto”.

Galleria fotografica
Bingham Cup, l’eredità di un eroe - immagine 1
Bingham Cup, l’eredità di un eroe - immagine 2
Bingham Cup, l’eredità di un eroe - immagine 3
Bingham Cup, l’eredità di un eroe - immagine 4
Bingham Cup, l’eredità di un eroe - immagine 5
Bingham Cup, l’eredità di un eroe - immagine 6
La Storia
I falsi Beatles che truffarono il Sudamerica
I falsi Beatles che truffarono il Sudamerica
Arrivavano dalla Florida, suonavano le loro canzoni e come tutti i giovani nel 1964 vestivano come i veri Beatles. Sono finiti al centro di un tentativo di truffa epocale, ma Tom, Vic, Bill e Dave hanno comunque lasciato il segno
CIAO MAX
CIAO MAX
Bill, Hillary e Monica: i Clinton si confessano
Bill, Hillary e Monica: i Clinton si confessano
L’ex presidente americano e l’ex First Lady protagonisti di un documentario: in una delle 4 puntate ripercorrono il calvario dei giorni dello scandalo Lewinsky
GB, l’eroe che vende la medaglia per pagarsi il funerale
GB, l’eroe che vende la medaglia per pagarsi il funerale
Nel 1974, l’ex pugile Ronnie Russell aveva ricevuto la “George Medal” per aver salvato da un sequestro la principessa Anna. Ma è stato costretto a vendere il riconoscimento
La vita di Figen Murray, che ha perso un figlio a Manchester
La vita di Figen Murray, che ha perso un figlio a Manchester
Era la mamma di Martyn, 29 anni, fan di Ariana Grande: una delle prime vittime identificate alla Manchester Arena. Da allora gira le scuole del Regno Unito per spiegare ai giovani che la radicalizzazione è solo dolore, per tutti
La spy story sul lago di Zurigo
La spy story sul lago di Zurigo
Un top manager di Crédit Suisse si dimette per passare alla concorrenza e un dirigente ordina di metterlo sotto sorveglianza. Il caso esplode anche per il suicidio di uno degli investigatori privati
Il boia di "Colonia Dignidad" è libero
Il boia di "Colonia Dignidad" è libero
Il medico Harmut Hopp, braccio destro di Paul Schäfer, per 40 anni ha violentato e torturato gli ospiti di un’enclave nata in Cile che ha goduto della protezione dei regimi sudamericani. Ma un tribunale tedesco l’ha appena scagionato
Il volo della bella Alda e il suicidio che piacque a Warhol
Il volo della bella Alda e il suicidio che piacque a Warhol
Due giovani donne che si gettano nel vuoto: una pare che si sia salvata grazie all’intervento divino, l’altra che pur morendo non sembra che il suo corpo sia precipitato da un grattacielo. Le strane storiedi due vite finite troppo presto
Mamma in business, famiglia in economy
Mamma in business, famiglia in economy
Le confessioni di una blogger di viaggi inglese hanno scatenato una valanga di insulti: la donna preferisce viaggiare nelle classi di lusso, ma lascia la sua famiglia in quella economica
Il suicidio di massa di Jonestown
Il suicidio di massa di Jonestown
Il 18 novembre 1978, il predicatore Jim Jones ordina ai suoi fedeli di togliersi la vita. Quando l’esercito americano entra nella città costruita nel cuore della giungla, scopre quasi 1.000 cadaveri