CIAO MAX

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Di Germano Longo
I giornalisti sono gente che per passione, a volte per caso, accettano di dedicare l’esistenza allo strano desiderio di raccontare le vite degli altri. Ma proprio perché sanno cosa vuol dire, non amano parlare di se stessi.

Massimo Numa era così: un professionista di enorme esperienza, che aveva seguito alcuni fra i celebri casi di cronaca nera e attraversato il mondo più e più volte cercando storie da raccontare, come gli avevano insegnato tanti anni prima, quando davanti al mare di Savona, dov’era nato, aveva capito che scrivere doveva essere la sua vita. Da quel momento non aveva più smesso di cercare la verità, sempre, anche quella che fa male, anche se è scomoda.

Ma l’aveva fatto restando umile, disponibile, un ragazzone perennemente spettinato dalla battuta travolgente, empatico e disponibile come spesso i giornalisti non sanno essere, perché più la carriera gli assegna notorietà, più si allontanano dall’asfalto su cui camminano. Max per niente, anche se il suo nome lo conoscevano ovunque.

Amava le Harley Davidson, la California che aveva attraversato più e più volte, il rock, la storia, la letteratura e Icaro, il suo fedele boxer, come un figlio. Era distratto, casinista e dimenticava tutto ovunque, dal portafogli al computer portatile, ma era impossibile fargliene una colpa.

Aveva scritto libri e ancora ne aveva in mente, li iniziava e li chiudeva nello stesso cassetto che hanno tutti, convinti che la vita lascerà comunque il tempo di aprirlo, un giorno.

Per il suo lavoro non aveva esitato a esporsi, ed era stato anche odiato e attaccato in modo violento, ma in privato l’aveva ammesso più volte: lui non riusciva a odiare nessuno. Faceva tutto parte dei rischi di un mestiere difficile, di cui aveva accettato la parte più scomoda, costretto da un profondo e innato senso della giustizia e dello Stato, e dalla ferrea schiettezza della sua penna, che non riusciva fare a meno di raccontare le cose come stavano, e non come qualcuno avrebbe voluto fossero.

Un anno fa ha scoperto di dover combattere una battaglia difficile, e da buon cronista aveva preteso da se stesso la lucidità più feroce, anche di fronte a quello che sarebbe potuto accadere entrando in un tunnel che permette a pochi di uscirne. Non si lamentava mai, e se per caso si lasciava andare, cercava subito di cambiare discorso, o solo lui sa come, tirava fuori una battuta a cui era impossibile non sorridere. Ma dentro aveva capito tutto, perché certe cose si sentono.

Max se n’è andato questa notte, in silenzio, dopo un lungo calvario che l’ha accompagnato ogni giorno, per un anno intero. E il suo ultimo sogno professionale era questo sito, a cui aveva affidato per intero la seconda parte della sua carriera mettendoci forza, sogni e speranze. Finché è riuscito ha scritto, notte e giorno, anche se era in vacanza dall’altra parte del mondo, anche se verso la fine stare seduto a scrivere era diventato dolore, ma anche non scrivere lo era, e forse perfino più forte.

Adesso la corsa è finita, e come sempre di un giornalista resta poco, se non le vite degli altri che ha raccontato in migliaia di articoli destinati agli archivi. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ha imparato molto da lui, a cominciare dalla prima lezione: tutti siamo rassegnati alla morte, è alle cattiverie della vita che non sappiamo abituarci.

Ciao Max, è arrivata l’ora di andare. E se ti capita di scrivere qualcosa mandacelo: a noi che adesso obblighi a togliere una sedia dai tavoli delle nostre esistenze, sarà un piacere leggerlo. Come sempre, e per sempre.

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