Gli antipodi in due cugini elvetici

| Nella neutrale Svizzera tra le due guerre mondiali una esuberante scrittrice e fotografa omosessuale diventa famosa per le sue opere e la sua vita sregolata. Negli anni Settanta un suo parente diventa il più conosciuto razzista europeo

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di Marco Belletti

Annemarie e James sono cugini, la prima nata nel 1908, il secondo nel 1911, a Zurigo Annemarie, nei dintorni della stessa città James. Di cognome fanno entrambi Schwarzenbach (traducibile in qualcosa come “torrente nero”) ed ambedue sono diventati famosi, ognuno a modo suo. Gli scritti della prima andrebbero sicuramente recuperati dall’oblio in cui sono caduti, l’attività politica del secondo dovrebbe essere invece dimenticata o additata come esempio da non seguire.

Chi frequentava Annemarie era solito definirla un angelo inconsolabile e devastato, sottolineando l’evidente contrasto tra la sua bellezza da cherubino e un’esistenza ai limiti, segnata dalla dipendenza dalle droghe e dall’instabilità emotiva. Scrittrice e giornalista, viaggiatrice e fotografa di spiccata curiosità, dopo la sua prematura morte nel 1942 a soli 34 anni, fu dimenticata sia in patria sia all’estero e solo una quarantina d’anni dopo fu parzialmente riscoperta grazie alla ripubblicazione di alcune sue opere.

Figlia di uno dei più ricchi industriali svizzeri dell’epoca, di una bellezza androgina e dalla fatale carica autodistruttiva, Annemarie Schwarzenbach visse senza mai trovare un equilibrio, rifuggendo dalla famiglia borghese che non accettava la sua esplicita omosessualità e rincorrendo stravaganze tipiche di una ricca ribelle, nell’Europa degli anni Venti e Trenta del Novecento che già precipitava velocemente verso il totalitarismo.

Per emanciparsi dal soffocante rapporto con l’oppressiva madre (che si sarebbe scoperta lesbica a sua volta dopo la morte della figlia), nell’autunno 1928 Annemarie fuggì nella Parigi bohémienne, iniziò a scrivere – racconti che per lei sono una sorta di terapia per affrontare le sue angosce per l’omosessualità – e a ventidue anni entrò a fare parte del gruppo di intellettuali intorno a Erika e Klaus Mann, figli del grande scrittore austriaco Thomas. Soprattutto con Erika, Annemarie instaurò un forte rapporto, che proseguì in forma epistolare anche dopo la fuga negli Stati Uniti della famiglia Mann, interrotto solo dalla prematura morte di Annemarie.

Nell’autunno 1933 Annemarie raggiunse la Persia visitando prima Anatolia, Siria, Libano, Palestina, Iraq e trascorse così sette mesi in Medio Oriente visitando rovine, scavi, moschee e bazar, ricercando una tranquillità che il mondo occidentale – a un passo dalla guerra e pieno di odi razziali e nei confronti dei “diversi” come lei – non le offriva.

I racconti e resoconti dall’Oriente di Schwarzenbach non sono di carattere turistico-informativo, ma rivelazioni degli stati d’animo della donna in quei luoghi lontani, in cui aleggia il desiderio di morire, considerato la soluzione ai mali terreni. In quegli anni peggiora la tossicodipendenza della scrittrice, con numerosi ricoveri in ospedali e tentativi falliti di disintossicazione, che la porteranno a un allontanamento dagli amici. 

Nel maggio 1935 sposò l’amico Claude Achille Clarac, diplomatico francese e segretario all’ambasciata di Teheran. Fu un matrimonio di convenienza sia per l’uomo che era gay sia per la lesbica Schwarzenbach che provò così a ristabilire, senza successo, i rapporti con la famiglia e ottenne comunque il passaporto diplomatico francese con cui viaggiare senza restrizioni.

Al ritorno dalla Persia nuovi tentativi di disintossicazione senza esito e la drammatica relazione con la baronessa Margareth Von Opel costrinsero Annemarie a numerosi ricoveri in ospedali psichiatrici. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Schwarzenbach viaggiò molto tra Italia, Yugoslavia, Bulgaria, Turchia, Persia, India, Afghanistan, Stati Uniti e dopo un’ennesima furibonda lite con l’amante Von Opel, le fu diagnosticata una forma di schizofrenia e internata in un ospedale psichiatrico dove subì trattamenti davvero inumani. Dopo un ultimo viaggio nel Congo Belga si ritirò in Engadina, nella tutto sommato amata Svizzera dove nel novembre 1942 morì in modo quanto mai banale: una caduta in bici che le provocò un trauma cranico mortale. La madre – che per tutta la vita, fervente nazista, aveva avuto un rapporto molto conflittuale con la figlia di idee decisamente antifasciste – impedì a chiunque di vedere il suo corpo, probabilmente anche al giovane cugino James che fino ad allora era rimasto nell’ombra della molto più esuberante Annemarie.

James Schwarzenbach sarebbe entrato – piuttosto a sorpresa – a fare parte del Parlamento di Berna a metà degli anni Sessanta, unico deputato del partito di estrema destra Nationale Aktion. Iniziò una campagna d’odio nei confronti degli emigranti presenti in Svizzera – conosciuta come “iniziativa Schwarzenbach” – culminata con il referendum del 7 giugno 1970. Se la sua proposta fosse stata approvata dal voto popolare, sarebbe stato limitato il numero di lavoratori stranieri in Svizzera (il 54 per cento dei quali erano all’epoca italiani) a un massimo del 10 per cento della popolazione svizzera. In pratica, sarebbero state espulse oltre 300 mila persone in quattro anni. Si trattò di uno dei referendum più “sentiti” dagli svizzeri, con una partecipazione superiore al 75 per cento dei cittadini con diritto di voto.

Schwarzenbach può quindi essere considerato il promotore del primo partito anti-stranieri d’Europa e usò toni e parole che a riascoltarli oggi sembrano usciti dall’attuale retorica populista: fece presa su buona parte della popolazione svizzera disorientata dalle trasformazioni economiche ma soprattutto sociali sopraggiunte con la rivoluzione del 1968, intercettando insicurezze ed esasperazioni e trasformandole in slogan dalla facile presa sul popolo. “Svizzeri svegliatevi!”, “Non si affitta a cani e italiani” erano i suoi motti preferiti, fino ad arrivare a “Prima gli svizzeri!” che è stato interpretato in chiave italiana in questi ultimi anni da Matteo Salvini e dalla Lega, movimento politico quanto mai simile al Nationale Aktion.

Rimane di difficile spiegazione il successo della propaganda xenofoba di Schwarzenbach: la Svizzera di quegli non aveva praticamente disoccupati ed erano proprio gli italiani – attirati dal boom economico elvetico – a proiettare il Paese in un benessere senza uguali.

Eppure, la storia di ordinario razzismo di cui i nostri connazionali furono vittime ebbe una vasta eco e la proposta di Schwarzenbach non passò per pochi voti, in quanto fu respinta “solo” dal 54 per cento dei votanti. E nonostante fosse stata bocciata, negli anni immediatamente successivi i permessi di lavoro in Svizzera furono sensibilmente ridotti (la maggiore causa fu indicata essere la crisi petrolifera del 1973) pur senza mai raggiungere la soglia del 10 per cento richiesta da Nationale Aktion. Attualmente gli stranieri sono quasi il 25 per cento della popolazione svizzera.

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