I falsi Beatles che truffarono il Sudamerica

| Arrivavano dalla Florida, suonavano le loro canzoni e come tutti i giovani nel 1964 vestivano come i veri Beatles. Sono finiti al centro di un tentativo di truffa epocale, ma Tom, Vic, Bill e Dave hanno comunque lasciato il segno

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Nel 1964, i Beatles sono all’apice del successo: il mondo letteramente è ai piedi dei quattro scarafaggi di Liverpool che, da poco insigniti dal titolo di baronetti, si dividono fra tournée e nuovi dischi da mettere in cantiere. La fatica si fa sentire anche in “Beatles for sale”, il loro quarto album, considerato dalla critica uno dei meno riusciti proprio per il poco tempo che gli era stato concesso. Ma in quel momento sul fuoco sacro dei Beatles c’era tanto, compreso un grandioso tour in America diviso in due parti: una vera consacrazione, visto che gli artisti pop britannici avevano sempre faticato molto a imporsi oltreoceano. Accompagnata da una poderosa campagna pubblicitaria, la band passa le prime due settimane di febbraio negli Stati Uniti alternando esibizioni a New York, Washington e Miami a ospitate nei programmi televisivi di maggior ascolto come l’Ed Sullivan Show. Ritornano fra agosto e settembre, con un fittissimo programma che includeva oltre 30 concerti, davanti a 360mila spettatori.

Ma il mondo intero era in piena “Beatlesmania”, e perfino in Sudamerica si sparge la voce che i quattro avrebbero potuto fare una deviazione per qualche concerto. È la storia a raccontare che non è andata così, dimenticando quasi sempre di raccontare che qualcuno decise di approfittare della notizia, mettendo in piedi uno dei più goffi e bizzarri tentativi di truffa della storia.

Era luglio, quando quattro giovani sbarcano all’aeroporto di Buenos Aires, trasformando in realtà i sogni di milioni di fans sudamericani. Ma non erano i Beatles: quelli veri si stavano riprendendo dalle fatiche nei loro appartamenti di Londra.

Erano quattro giovani americani della Florida, vagamente somiglianti ai quattro di Liverpool: Tom, Vic, Bill e Dave, gli ex componenti dei “The Ardells”, diventati per l’occasione “The American Beetles”, o “The Beetles”, per fare prima. La vicenda, raccontata dal documentario “The Day The Beatles Came To Argentina”, diretto nel 2017 da Fernando Pérez, parte dalla confessione di Bob Yorey, il manager del gruppo: “Ho preso quattro ragazzi di una band sconosciuta e ho detto: ‘Fatevi crescere i capelli e avremo successo’. Erano uguali in tutto e per ai Beatles: si vestivano allo stesso modo”.

Un impresario di nome Rudy Duclós li aveva visti in un club di Miami: era argentino e voleva ingaggiarli per un tour in Sud America. Ma nel vendere il gruppo ai promoter sudamericani Duclós non aveva specificato che si trattava degli “American Beetles”. Poco dopo i contratti sono stati firmati, la stampa ci è cascata e gli adolescenti hanno iniziato ad aspettare con ansia: i Beatles stavano arrivando.

“Ricordo bene il momento in cui annunciarono che i Beatles sarebbero venuti in Argentina: stavamo impazzendo”, ricordano in tanti. In Perù, i titoli di “La Crónica” e “La Prensa” aprono a piena pagina annunciando “I Beatles in tournée”, svelando che “Channel 4 stava finalizzando il contratto per averli ospiti in esclusiva”. Ma la gara per averli era appena all’inizio: altri canali argentini erano pronti a fare carte false pur di non lasciarseli sfuggire. Alejandro Romay, nerboruto proprietario di “Channel 9” aveva poco tempo per i dettagli: ha chiamato Karadajian, una star del wrestling, e gli ha chiesto di mobilitare il suo team per avvicinare i Beatles e costringerli a seguirli fino ai loro studi, con le buone o con le cattive. Certo di riuscire nell’impresa, lo spregiudicato Romay invade i programmi di spot in cui annuncia i Beatles live, in esclusiva.

Fra rapimenti e lottatori, la band arriva alla sede di Channel 9 faticando non poco a fendere la folla: dovevano essere gli ospiti d’onore di “The Laughter Festival”, un programma musicale molto popolare. Strattonati, tirati ovunque, confusi, gli American Beetles aspettano ordini dietro le quinte, mentre il presentatore usa tutta l’enfasi possibile elencando i clamorosi successi degli ospiti. Poi la telecamera si gira verso la band: “Quando Alejandro Romay ha visto che quello che usciva da dietro le quinte non era Paul McCartney, convinto di essere stato fregato da qualcuno, ha iniziato a piangere in modo inconsolato - ricorda un cameraman di Channel 9 – ma ormai era tardi per tutto: le luci rosse delle telecamere si sono accese, e tutta l’Argentina in quel momento scoprì che quelli non erano i Beatles, ma quattro tizi sconosciuti che gli somigliavano appena. Fu il disastro: i centralini impazzirono, sommersi da telefonate di gente che ci copriva di insulti, e poco dopo tutti volevano vederci chiaro: la polizia, le reti concorrenti, perfino la magistratura. Ci siamo rifugiati in un albergo nella periferia di San Telmo e li abbiamo rinchiusi, aspettando che il peggio fosse passato”.

“Non voglio avere parte in questa menzogna colossale – tuona poco dopo Romay ai suoi assistenti – preferisco prendere un aereo e sparire per un po’. Non voglio sapere niente di quello che sta succedendo”. Non aveva torto: un paese intero era stato ingannato malamente. Ma in modo del tutto inatteso e curioso, i successivi concerti dei “The American Beetles” avrebbero permsso di scrivere una storia completamente diversa: “A tutti piaceva la nostra musica e quello che facevamo”, ricordano loro. La stampa sudamericana era meno indulgente: “Hanno soltanto i capelli lunghi: cantano male e sul palco si comportano peggio di chiunque abbiamo mai visto”. Per quanto aspre, le critiche dei media furono così intense che alla fine del 1964 la band ottenne circa la stessa copertura dei Beatles stessi. In realtà, l’acida risposta della stampa rispecchiava la difficile situazione politica del continente sudamericano: Argentina e Brasile erano governati da governi autoritari che aspiravano al controllo totale, e tutti gli aspetti della vita pubblica, dalla musica all’istruzione, erano attentamente monitorati. Per ogni canzone censurata, la controcultura aggiungeva un mattone alla voglia di libertà e riscatto, e visto la vera band di Liverpool da quelle parti non sarebbe mai arrivata, per una nuova generazione di capelloni gli American Beetles avrebbero comunque assunto un significato potente, scatenando emulazioni: “Los Buhos”, un gruppo argentino composto da Juan, Yusti, Jorge e Rango, dichiarò di essere “più Beatles dei The Beetles”.

Il risvolto incredibile di questa vicenda è che l’esibizione televisiva di una band fasulla ha ispirato la nascita di un movimento che ha contribuito a far nascere la scena musicale rivoluzionaria del rock. “La prima volta che abbiamo visto in  televisione dei ragazzi dei con capelli lunghi fare musica è stato con ‘The American Beetles’: non erano quelli veri, ma per noi è stata comunque una folgorazione, ci era bastato per capire che un futuro diverso era possibile”.

Ancora oggi, i Beatles sono seguitissimi in gran parte dell’America Latina e resta il dubbio del perché la vera band non abbia mai pensato di esibirsi in Sudamerica. Ai tempi, quando la notizia si diffuse, la potente macchina organizzativa che li seguiva aveva adottato tutte le contromisure possibili: con un comunicato stampa l'etichetta negava qualsiasi tipo di contatto con i fantomatici American Beetles, mentre il merchandise era stato aggiornato per sottolineare le loro radici rigorosamente inglesi.

Ma gli Americani Beetles non si sciolsero, cambiarono il loro nome in “The Razor’s Edge” incidendo un singolo per la “Pow! Records”, ma lo scarso successo li avrebbe convinti poco dopo ad abbandonare la musica trovando un altro modo per campare. Questa storia, rimasta sempre a margine dell'epopea della band più celebre di sempre, è tornata attuale perché poco tempo fa, a breve distanza uno dall’altro, sono morti Tom Condra e Dave Hieronymus, rispettivamente batterista e chitarrista della band. E quando l’hanno scoperto, migliaia di ex teen-agers argentini e uruguayani hanno volito inviare messaggi di cordoglio: per loro, anche gli American Beetles si erano ritagliati un posto fra i più bei ricordi di gioventù. Anche se non erano i veri Beatles, ma che importa?

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