Il suicidio di massa di Jonestown

| Il 18 novembre 1978, il predicatore Jim Jones ordina ai suoi fedeli di togliersi la vita. Quando l’esercito americano entra nella città costruita nel cuore della giungla, scopre quasi 1.000 cadaveri

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Ancora oggi, se si escludono i disastri naturali e gli attentati dell’11 settembre 2001, quello di Jonestown resta il più grande omicidio di massa di cittadini americani.

Tutto inizia dalla storia del “People’s Temple Agricultural Project”, un movimento religioso formato dal predicatore Jim Jones, all’anagrafe James Warren Jones. Figlio di un attivista del “Ku Klux Klan”, era nato nel 1931 a Lynn, minuscolo villaggio sulla linea di confine dell’Ohio. Dopo un’infanzia segnata dall’indigenza e dall’ateismo, Jones si avvicina alla dottrina pentecostale: a soli 16 anni predica per strada nei sobborghi di Richmond, in Indiana, dove essere un bianco ai tempi non era affatto semplice.

Nel 1954 fonda la sua chiesa, iniziando un lungo girovagare per gli Stati Uniti per predicare un verbo che viene raccolto soprattutto da diseredati e senzatetto, coloro che lentamente diventano il suo popolo. Negli ultimi anni della sua vita inizia a dare evidenti segni di squilibrio affermando di poter compiere miracoli, guarire gli ammalati e resuscitare i morti, costringendo le donne della sua congregazione a subire molestie sessuali e stupri.

Da Indianapolis, dove è inseguito da diversi mandati di cattura, nel 1965 Jones sposta la sua congregazione a Ukiah, nella contea di Mendocino, in California, per poi costringere tutti ad espatriare in massa in Guyana, la terra promessa, dove insieme ad un migliaio di persona fonda Jonestown, la città che porta il suo nome. Ammiratore del dittatore cambogiano Pol Pot, Jones finisce sotto accusa per maltrattamenti: le poche notizie che filtrano dalla città immersa nella giungla parlano di indottrinamento, e dei pochi che tentano di fuggire non si sa più nulla.

Vista la crescente richiesta delle famiglie degli adepti, ampiamente cavalcata dai media, il 17 novembre 1978, il deputato del congresso Leo Ryan, insieme ad un gruppo di giornalisti, vola in Guyana per verificare le condizioni di vita dei cittadini americani che hanno scelto di trasferirsi a Jonestown. Malgrado l’apparente serenità, qualcuno riesce ad avvicinare il deputato chiedendo di essere riportato negli Stati Uniti poiché Jones ha ridotto tutti in schiavitù. Sulla pista d’atterraggio di Port Kaituma, poco prima di ripartire, il deputato ed il suo seguito sono crivellati a colpi di pistola dalle guardie di Jim Jones, sorte che poco dopo tocca ai traditori della congregazione.

Il giorno successivo, il 18 novembre, Jim Jones raduna la comunità e annuncia di aver preso una decisione: il male si sta avvicinando e a tutti i fedeli è chiesto di mettere fine alla propria vita, uccidendosi. Vengono distribuite bevande al cianuro, e i pochi sopravvissuti racconteranno di madri costrette ad avvelenare i propri figli, poco prima di assumere loro stesse la dose letale. La notizia rimbalza in America, e le prime pagine dei quotidiani titolano con le notizie frammentarie in arrivo dalle autorità della Guyana, che inizialmente stimano 400 morti e almeno 500 persone in fuga nella giungla. Qualche giorno dopo, l’esercito americano varca la soglia di Jonestown, e lo spettacolo che si presenta ai loro occhi è quello di una vera ecatombe: 909 cadaveri ricoprono il terreno della comunità, ammassati uno sull’altro. Anche il predicatore è morto, ma per sé ha scelto di spararsi un colpo di pistola alla testa.

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