Il volo della bella Alda e il suicidio che piacque a Warhol

| Due giovani donne che si gettano nel vuoto: una pare che si sia salvata grazie all’intervento divino, l’altra che pur morendo non sembra che il suo corpo sia precipitato da un grattacielo. Le strane storiedi due vite finite troppo presto

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di Marco Belletti

Molto dipende dagli angeli custodi che uno si ritrova. Nel caso poi che ci si decida di buttarsi da una torre della Sacra di San Michele nei pressi di Torino o dall’Empire State Building di New York, ecco che il contributo di questi cherubini potrebbe diventare fondamentale.

La chiesa cristiana ereditò dal mondo ebraico il concetto di angelo, garante della trascendenza divina: inoltre, la presenza di una corte di angeli attorno a Dio metteva in evidenza la sua maestà regale. In epoca precristiana era usuale identificare gli angeli con le stelle fisse a gli astri mobili nonché assegnare loro il controllo dei fenomeni naturali, come gelo e neve nel libro di Enoch.

Tra i compiti degli angeli, l’Antico Testamento riportava quelli di essere messaggeri di Dio e di proteggere donne e uomini – fatto già presente nella filosofia greca, per esempio nel Fedone di Platone – ma non era molto diffusa la credenza che ogni persona avesse un proprio angelo custode. Questa tradizione si diffuse gradualmente e a parlarne esplicitamente per primo fu San Basilio Magno a metà del IV secolo.

Quindi, ai tempi dell’imperatore Federico Barbarossa nel dodicesimo secolo la presenza degli angeli custodi alle spalle di ognuno di noi era profondamente radicata nei cattolici praticanti e compare in alcune leggende, come per esempio quella della “bella Alda”. Si sa poco della storia di questa ragazza, se non quanto riportato dal folclore orale che la descrive come una bella giovane che viveva nelle campagne all’imbocco delle valli di Susa, a pochi chilometri da Torino, alle pendici del monte Pirchirano sulla cui cima sorgeva da un paio di secoli un’abbazia che con gli anni avrebbe preso il nome di Sacra di San Michele e che sarebbe stata presa a esempio da Umberto Eco per immaginare il monastero benedettino in cui è ambientato il suo romanzo “Il nome della rosa”.

In occasione di una delle tante razzie da parte di mercenari di chissà quale dei numerosi eserciti che penetravano nella nostra penisola dalle Alpi, molti abitanti del luogo – compresa la bella Alda – si rifugiarono nell’abbazia cercando protezione. Dopo aver saccheggiato le case dei villaggi a valle, seguendo le tracce dei fuggiaschi i soldati arrivarono alla sacra: dopo aver depredato la chiesa, stuprarono le donne e uccisero chiunque trovassero sul cammino. Alda per sfuggire alle violenze si rifugiò sulla torre (che oggi ha il suo nome) e quando fu raggiunta dalla soldataglia raccomandò l’anima alla Vergine Maria e si gettò nel vuoto, piuttosto che rimanere in balia dei mercenari. La leggenda narra che la Madonna le mandò in soccorso l’angelo custode che prese per mano la ragazza e la fece scendere lentamente a terra.

Un lieto fine, dunque, ma purtroppo la vanità costò molto casa alla giovane donna, che iniziò a vantarsi di quanto le era accaduto e, siccome nessuno le credeva, decise di tornare sulla vetta e gettarsi nuovamente nel vuoto. Inutile dire che questa volta l’angelo si tenne a debita distanza e Alda si sfracellò al suolo: un proverbio locale la ricorda affermando che del suo corpo il pezzo più grande rimasto dopo lo schianto era un orecchio.

Tutto il contrario invece di quanto accadde alla ventiquattrenne Evelyn McHale. Appena terminato il secondo conflitto mondiale, Evelyn era una ragazza come tante altre che vivevano negli Stati Uniti, divisa tra il lavoro e i preparativi di matrimonio. Il 30 aprile 1947 aveva trascorso la serata con il suo fidanzato Barry in Pennsylvania per festeggiare il compleanno del giovane. Il mattino dopo la ragazza tornò in treno a New York – dove viveva e lavorava – arrivando in città verso le 9. Si diresse verso l’Empire State Building e alle 10:30 arrivò sulla terrazza panoramica del grattacielo, all’86° piano.

E da lì, mentre 380 metri più in basso la frenetica vita di New York proseguiva senza soste, Evelyn scavalcò la bassa balaustra e si gettò nel vuoto.

John Morissey era l’agente che quel giorno dirigeva il traffico lungo la 34° strada proprio sotto l’Empire State Building: fu lui che accorse per primo dopo lo schianto del corpo della giovane, caduto sul tetto di una limousine parcheggiata lungo il marciapiede.

Robert Wiles era un giovane che coltivava l’hobby della fotografia sperando un giorno di diventare un grande reporter e che quel giorno era a caccia di immagini da immortalare. Pochi istanti dopo la caduta della ragazza, Wiles la fotografò, realizzando un’immagine iconica, uno scatto che non fermò per sempre la violenta morte di Evelyn, ma la sua bellezza di giovane donna che sembrava addormentata, con in mano la collana di perle, serenamente sdraiata sulla schiena sulle lamiere accartocciate della vettura.

Era come se l’angelo custode avesse provato a sorreggere Evelyn, senza successo, riuscendo soltanto a rallentarne la caduta in modo che il suo copro sembrasse che fosse stato solo appoggiato sul tetto dell’auto, non precipitato da quasi 400 metri d’altezza.

La fotografia fu pubblicata dalla rivista Life alcuni giorni dopo e divenne immediatamente famosa come “il più bel suicidio”, ispirando Andy Warhol che pensò a quell’immagine per realizzare l’opera “Suicide: Fallen Body”.

Nel 1947 l’Empire State Building era la costruzione più alta del mondo (primato che perse nel 1967, superato dalle torri gemelle del World Trade Centre) e proprio quel giorno compiva 16 anni, essendo stato inaugurato il 1° maggio 1931. Già famoso a livello mondiale grazie a King Kong che lo scalava con la bionda Anna tra le braccia nell’omonima pellicola del 1933, il grattacielo attirava turisti che ammiravano il panorama sulla città ma divenne presto una delle mete preferite dagli aspiranti suicidi: Evelyn fu il quinto caso in sole tre settimane. Complessivamente sono quasi 40 le persone morte gettandosi dall’Empire State Building, nonostante le alte grate aggiunte negli anni e il personale addestrato a riconoscere gli aspiranti suicidi. La leggenda narra che almeno in un caso gli angeli custodi siano riusciti a salvare una donna che, buttatasi nel vuoto, è stata risospinta sulla terrazza panoramica. In altri casi spesso i corpi non sono arrivati fino a terra, ma sono stati recuperati a pezzi e incastrati lungo i numerosi spigoli della costruzione.

Evelyn McHale lasciò un biglietto in cui chiedeva di non fare vedere il suo corpo ai familiari e di essere cremata, senza spiegare il motivo del gesto. “Il mio fidanzato – scrisse anche – mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Non penso che sarei una buona moglie per nessuno. Sta molto meglio senza di me”. Con il suo biglietto e a causa del fatto che il suo corpo rimase miracolosamente integro, la giovane ottenne esattamente il contrario di quanto desiderava: la sua immagine divenne un’icona e il fidanzato non la dimenticò mai, tanto che morì celibe a 86 anni. Anche Robert Wiles in qualche modo fu segnato dall’evento, visto che non pubblicò mai più nessuna altra foto.

Galleria fotografica
Il volo della bella Alda e il suicidio che piacque a Warhol - immagine 1
Il volo della bella Alda e il suicidio che piacque a Warhol - immagine 2
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