L’Apollo dei problemi

| Partì da Cape Canaveral l’11 aprile 1970 una delle più sfortunate missioni spaziali, che tuttavia terminò con il salvataggio degli astronauti a bordo. Una serie incredibile di guasti tra cui l’esplosione di un serbatoio d’ossigeno

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Di Marco Belletti

Quasi sempre la finzione supera la realtà per evidenti ragioni di copione, ma talvolta raccontare quanto è davvero successo senza esagerare sembra più incredibile di una storia inventata per stupire gli spettatori o i lettori.

Per certi versi è quanto avvenuto all’Apollo 13 che esattamente 50 anni fa stava viaggiando verso la Luna con a bordo il comandante James Lovell, il pilota del modulo di comando John Swigert e il pilota del modulo di allunaggio Fred Haise. A 200mila miglia dalla Terra (321.860 chilometri), 55 ore dopo il lancio, uno dei quattro serbatoi di ossigeno del modulo di comando esplose a causa di un cortocircuito che incendiò un cavo, danneggiando anche un secondo serbatoio. Lo scoppio recò gravi danni al modulo compromettendo la missione, ed è entrata nella storia dell’umanità la frase con cui l’equipaggio annunciò la difficoltà alla base comando sulla Terra: “Okay, Houston, abbiamo avuto un problema qui”.

Prima di arrivare a quel momento, la missione aveva già dovuto affrontare altri problemi. Prima di tutto il poco interesse da parte dell’opinione pubblica per il viaggio che avrebbe portato l’uomo a passeggiare sulla Luna per la terza volta. Ormai la corsa allo spazio con l’Unione Sovietica non interessava più, visto che gli Stati Uniti erano arrivati primi sul satellite e – in una fase storica di forte cambiamento sociale e politico – stanziare milioni di dollari non era più seguire il sogno del presidente Kennedy, ma permetteva di accusare Nixon di buttare denaro pubblico.

Cinque giorni prima della partenza si scoprì che il pilota del modulo di comando Ken Mattingly era stato esposto a un possibile contagio di rosolia e fu quindi sostituito dalla riserva Swigert. Il contributo di Mattingly a terra fu fondamentale nel salvare i compagni e in ogni caso non si prese mai la rosolia…

L’11 aprile 1970, alle 19:13 ora di Greenwich, l’Apollo 13 iniziò il suo viaggio nello spazio e subito il motore centrale ebbe problemi per gli sbalzi dell’erogazione del propellente. Dopo 55 ore il dramma: a causa dell’esplosione del serbatoio dell’ossigeno gli astronauti furono costretti a trasferirsi nel modulo lunare “Aquarius” che, da mezzo predisposto per ospitare due persone per due giorni (il tempo dell’allunaggio) divenne la navicella su cui tornare in tre sulla Terra.

A questo punto il viaggio divenne immediatamente la notizia di apertura di giornali e televisioni con tutto il mondo a seguire i drammatici eventi. La più grave situazione fino ad allora vissuta in un viaggio spaziale da parte di un equipaggio di astronauti, mise in evidenza la capacità degli scienziati di affrontare crisi imprevedibili, facendo emergere la straordinaria inventiva di soluzione dei problemi anche sotto fortissima pressione psicologica.

Gli scienziati ritennero che l’unica possibilità per far rientrare nel minor tempo possibile l’Apollo 13 fosse di sfruttare la gravità lunare per dare vita a un effetto fionda che permettesse al modulo di mantenere una elevata velocità, riducendo al minimo i consumi di energia. La traiettoria studiata fece raggiungere ai tre astronauti la massima distanza mai toccata da un uomo dalla Terra: circa 400mila km, record tutt’ora valido, 15mila chilometri oltre l’orbita lunare. Numerose le operazioni di emergenza che i tre a bordo furono costretti ad attivare, come la duplice accensione del motore del modulo lunare progettato solo per il breve tragitto navicella-Luna: una per guadagnare velocità, la seconda per correggere la traiettoria. Gli astronauti costruirono anche un rudimentale adattatore che servì a mantenere in funzione le apparecchiature.

Poco prima del rientro in atmosfera gli astronauti tornarono sulla capsula “Apollo” che fu separata dal modulo lunare. Quest’ultimo bruciò durante il rientro in atmosfera e per evitare il rilascio di materiale radioattivo (4 kg di plutonio 238 contenuto nelle pile atomiche) fu scelta un’area molto isolata dell’oceano Pacifico. Ufficialmente la pila ammarò al largo dell’isola di Tonga senza rilasciare radioattività, ma chissà qual è la verità.

Durante il rientro nell’atmosfera terrestre della navicella con l’equipaggio - fase particolarmente critica per il surriscaldamento della sonda - si verificò il più lungo blackout nelle comunicazioni per un viaggio spaziale: oltre 6 minuti, ben oltre i 3 previsti, che provocarono una lunga ansia alla base di controllo.

Alle 13:07 del 17 aprile 1970, l’Apollo 13 ammarò nelle acque dell’Oceano Pacifico, portando incredibilmente in salvo i tre astronauti che furono recuperati dalla portaerei “Iwo Jima”. Dopo i controlli effettuati al rientro del modulo a Cape Canaveral fu scoperto un ulteriore guasto che non causò danni grazie alla ridondanza del sistema: una guarnizione installata in modo errato aveva provocato una falla nel serbatoio che conteneva il gas propulsivo per l’espulsione della paratia metallica di copertura dei paracadute.

Da questa incredibile storia, fu tratto nel 1995 il film “Apollo 13” diretto da Ron Howard, molto fedele alla storia originale un po’ perché c’erano davvero pochi colpi di scena da inventare e in parte perché la sceneggiatura fu ricavata direttamente dal libro “Lost Moon”, scritto dal comandante dell’equipaggio Lovell, interpretato nella pellicola da Tom Hanks.

In realtà come in tutti i blockbuster statunitensi la voglia di strafare non manca, con numerose inesattezze. Christopher Land, ingegnere del “Johnson Space Center” della NASA, ne ha individuate alcune: nel film i motori del razzo “Saturno 5” sono accesi nel momento in cui parte, mentre nella realtà ciò deve avvenire 9 secondi prima. E i bracci di sostegno si devono staccare tutti insieme e non in sequenza come nel film. La Luna cambia fase diverse volte mentre l’Apollo 13 è in viaggio, fatto impossibile nell’arco di meno di una settimana, tanto durò il viaggio. Sulle tute compare il logo NASA disegnato solo nel 1976. In una scena si afferma che l’astronave sta ruotando a 2,5 gradi al secondo ma se così fosse si sarebbe dovuto vedere la Terra passare dai finestrini circa cinque volte più velocemente. Quando gli astronauti ammirano il mare della Tranquillità, in realtà stanno guardando “Hadley’s Rille”, il luogo d’allunaggio dell’Apollo 15. In una sola inquadratura si vedono insieme il Sole, la Luna e l’Apollo 13: per essere veritiera, l’astronave avrebbe dovuto essere grande quanto l’Australia.

Ma Ron Howard “toppò” anche su argomenti di cultura generale creando altri anacronismi, tra i quali quello in cui la figlia di Lovell ascolta l’album “Let It Be” dei Beatles disperandosi perché si sono separati. In realtà, il 10 aprile 1970 fu il solo McCartney che annunciò il suo abbandono della band mentre l’LP sarebbe stato pubblicato un mese dopo, il 9 maggio 1970. Amen.

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L’Apollo dei problemi - immagine 1
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