'Ndrangheta 4.0, i vertici ancora intoccabili

| Le ultime operazioni a Reggio e Vibo Valentia hanno inferto un duro colpo all'ndrangheta, ma il livello più alto continua a rafforzarsi in tutto il mondo. L'analisi di un investigatore: "Attenzione alla falsa pubblicità"

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di ALBERTO C. FERRO

Giorni duri per l’Ndrangheta in Calabria. L’operazione Arma Cunctis ha portato all’arresto di 38 persone. Per quindici di loro, su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Giuseppe Lombardo e dei sostituti della Dda Simona Ferraiuolo e Antonio De Bernardo, il gip Natina Pratticò ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Altri 13 sono finiti agli arresti domiciliari e per 8 indagati è stato disposto l’obbligo di presentazione. Vendevano armi di ogni tipo, compresi Kalashnikov a 2mila 400 euro. Un vero affare.

Da Reggio a Vibo Valentia: i carabinieri hanno arrestato Rosaria Mancuso di 63 anni, parente dei boss di Limbadi, che da oltre 20 anni era la causa delle angherie subite dalla famiglia di Matteo Vinci, ucciso tempo fa da una bomba sistemata sulla sua auto. Oltre a lei, in cella anche la figlia Lucia Di Grillo, 29 anni e il genero Vito Barbara, 28, i presunti mandanti dell’omicidio di Matteo Vinci e del tentato omicidio del padre Francesco, ancora ricoverato al centro ustioni di Palermo. Quindi Salvatore Mancuso, Domenico Di Grillo (rispettivamente fratello e marito di Rosaria Mancuso) e l’altra figlia Rosina Di Grillo. Tutti sono accusati anche di detenzione di armi e di una serie di aggressioni subite dalla famiglia Vinci nel tentativo dei Mancuso di accaparrarsi dei loro terreni.

COLPI MORTALI O NO?

Possiamo definirli, questi ed altri, davvero colpi mortali per le cosche? “Non è esattamente così - spiega un investigatore - queste operazioni sono importantissime. Ti faccio l’esempio di un incontro di pugilato. I colpi invisibili, ai fianchi e all’addome, fiaccano l’avversario prima del ko finale, che non è poi così scontato che arrivi”.  Quindi? “L’ndrangheta sta attraversando, dal suo punto di vista, un felice momento di riconversione, nel senso che le quarte, le quinte generazioni legate a quella fabbrica di denaro che è il narcotraffico, hanno lasciato alle spalle il mondo del crimine. Manovrano soldi puliti, siedono in consigli di amministrazione di grandi aziende internazionali, hanno di fatto creato un business che vale più punti di Pil. Sono 40, 50enni spesso laureati, cresciuti negli agi, lontani dai delitti di strada. Anche donne manager”. Imprendibili? “Nella fase attuale sì. Hanno alle spalle flotte di colletti bianchi, si sono infiltrati ovunque, nei media, nelle banche, con una solida rete di prestanomi. Quando scattano i blitz della fascia bassa o intermedia, per loro è un fatto assolutamente irrilevante, anzi parecchio utile ai loro interessi, direi funzionale”. Perchè? “Nella rete, dopo inchieste durate anche anni, per tutte le difficoltà oggettive e note, finiscono rami esauriti o indeboliti da lotte interne. Oppure marginali. A fianco dei veri boss catturati, anche gente che vince piccoli appalti, che ha un banco all'ortofrutta, un paio di camion scassati. E troppo spesso lo sguardo degli investigatori è per forza rivolto a un passato anche lontano. Sono indagini importantissime perché storicizzano il fenomeno, ma non ci avvicinano molto agli assetti attuali, assai più pericolosi, in grado anche di condizionare le economie dei Paesi coinvolti”. 

SCARDINATI GLI EQUILIBRI POLITICI

In che modo questa ‘ndrangheta 4.0 può condizionare la società civile? “Semplice. Scardinando tutti i vecchi equilibri, continuando sempre a cercare la politica per pianificare con calma, seguendo le regole, le attività legali. Seguire chi vince è la regola, chiunque sia. Salire sul carro del vincitore, e dargli una mano. La fine delle ideologie coinvolge anche ‘loro', che hanno abbandonato i vecchi schieramenti politici a cui erano legati in passato. Le elezioni del 4 marzo rendono evidente questa realtà. Nel Sud, nelle aree a più alta densità mafiosa, il voto ha premiato le forze nuove, in modo quasi plebiscitario. E non è, non può, essere un caso”.

MEDIA INFILTRATI

In che modo vengono condizionati anche i media? “In modo intelligente e cinico. La regola è scaricare sulle cosche perdenti il peso della repressione e assicurarsi al contempo un vistoso eco mediatico, dirottando così l’attenzione di un'opinione pubblica attenta ma poco preparata sul tema, verso tronconi estinti o già in via di estinzione. Creare un clima di rassicurazione, quasi di euforia”. Dottore, che si può fare? “Lavorare sull’economia nascosta dell’ndrangheta, andare a cercare in tutto il mondo le centrali finanziarie, le alleanze con gli asset bancari, con la collaborazione delle polizie locali, solo con un impegno globale potrebbero arrivare risultati concreti. Non saprei dire, sarebbe stupido dirlo, se un giorno lo Stato sconfiggerà le cosche. Falcone diceva che la mafia l’ha fatta l’uomo e come tutte le cose terrene un giorno finirà. La strada è quella, meno folklore, più sostanza. Quando scorrono in tv le immagini di ‘ndranghetisti 70enni con la panza e le mani sporche di cemento, il sacco con le ciabatte, la tuta e le scarpe per il carcere, e già in manette, mi viene da pensare alle risate che si fanno quelli che siedono nei consigli d’amministrazione di grandi e noti trust, finanziati dai capitali mafiosi. Da investigatore posso suggerire di diffidare di quelli che strillano di più e di affidarsi invece a chi lavora in silenzio, sotto traccia, senza clamore. Se i risultati arriveranno, arriveranno da lì, dagli uffici di quelle procure italiane che hanno fatto della discrezione e della dedizione un dogma”. 

 

 

L’Analisi
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