Alpinismo social, quanti morti ancora?

| La corsa a imprese impossibili per ottenere visibilità e fama, dopo la morte di Nardi e Ballard, ha ucciso altre tre star dell'alpinismo. Il grido di Messner: "Rischi folli, non sono giustificabili". Vittime di sponsor senza scrupoli

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Gli echi, e le polemiche sulla fine di Daniele Nardi in Pakistan, sullo sperone Mummery del Nanga Parbat , morto il 25 febbraio a 42 anni (lascia la moglie Daniela e il figlio Mattia di pochi mesi) con il compagno Tom Ballard, 28, non si sono ancora spente del tutto. Messner e un altro grande alpinista italiano, Simone Moro, lo stesso con cui Nardi aveva sostenuto una lunga e polemica contesa proprio a proposito dell’ascesa invernale al Parbat del 2016, da cui l’alpinista di Sezze fu escluso per "incomprensioni", hanno di fatto sostenuto che quell’impresa era troppo pericolosa, quasi un suicidio, attirandosi addosso l’ira e la rabbia dei sostenitori di Nardi, scatenati sui social. Tanto da indurre Moro a una dura replica, il cui senso è questo: “Con Nardi c’erano stati dissapori e resta il rimpianto che sia finita così, ma i limiti dell’alpinismo alpino non possono essere superati”.

 



 

I corpi di Ballard e Nardi, forse uccisi da un’improvvisa tempesta di vento e di gelo che li ha colti in parete, potrebbero restare lì per sempre, dove sono stati individuati dall’alpinista Alex Txikon, ma nessuno invece riuscirà mai a scoprire dove sono sepolti i cadaveri di altri tre grandi alpinisti: gli austriaci David Lama e Hansjoerg Auer (nella foto) e lo statunitense Jess Roskelley, dispersi da giorni sulle Canadian Rockies e ormai senza alcuna speranza di ritrovarli in vita. Travolti da una valanga sulla difficile parete est dell'Howse Peak su cui stavano arrampicando. I Rangers di Parks Canada hanno espresso "sincere condoglianze alle famiglie, agli amici e ai cari degli alpinisti".  Sulla neve hanno trovato tracce dei corpi, delle corde e delle attrezzature del forte terzetto, noto in tutto il mondo, ma le ricerche sono state interrotte.

 

David Lama


 

David Lama, 38 anni di Innsbruck, era il più famoso, considerato uno dei più forti alpinisti del globo, padre nepalese e madre austriaca e campione dell'arrampicata sportiva con due titoli mondiali giovanili. Hansjoerg Auer, 35 anni, era del del Tirolo, Oetztal e Jess Roskelley, 36 anni, di Spokane: fu il più giovane scalatore americano a raggiungere nel 2003 gli 8.848 metri dell’Everest.

 



 

L’analisi più lucida è di Reinhold Messner : ”È una grande tragedia, è terribile, Auer e Lama hanno portato l'arte dell'arrampicata a nuove dimensioni con un forte carisma. Auer era ai massimi livelli in tutte le discipline". Ma il punto è un altro: “L'alpinismo tradizionale a quei livelli è follemente pericoloso. Non è più una questione di capacità, ma di fortuna o sfortuna: metà dei migliori alpinisti mondiali muore. Questo tipo di alpinismo è affascinante, ma anche difficilmente giustificabile”. Ecco. A Nardi i compagni di cordata rimproveravano sempre di “essere in diretta Facebook”, alle prese con videocamere sistemate sulla tuta, sul casco, nella tenda, sempre con la lucetta rossa accesa. E’ che ormai tutti o quasi gli ottomila sono stati conquistati da tempo.

E allora è giusto fare il punto, magari attraverso un’analisi rozza, senza troppi fronzoli. Per trasformare la passione e le capacità di un atleta in un lavoro, come è successo a Moro e Messner, due star internazionali, devi farti conoscere a livello globale. Una spedizione in Pakistan o in Nepal, per tentare una via nuova o un ascesa mai compiuta in inverno, costa molti soldi e un impegno di diversi mesi. Servono sponsor,  preparazione, ci sono tantissimi ostacoli burocratici da superare e non sempre va bene, nel senso che puoi restare al campo-campo-base per mesi senza che si apra mai una finestra di bel tempo e alla fine sei costretto a rinunciare. Dunque niente interviste tv, gli sponsor (non tutti) ti abbandonano e devi riprendere il giro delle parrocchie per ritentare o promuovere una nuova impresa, sempre più impossibile. E oggi, con la geo-localizzazione e le comunicazioni digitali, non puoi nemmeno sognare di bluffare o di inventarti un’impresa mai portata a termine. Devi video-riprendere, in diretta possibilmente, sui social. Nardi raccontava che per fare una ripresa aveva rischiato il congelamento delle dita. 

Gli alpinisti, per continuare ad esistere come atleti e come filosofi della montagna, per appagare la propria umana e comprensibile sete di ambizione, sono vittime di questo sistema spietato. Non vogliamo fare il nome di una grande multinazionale che imperversa anche tra la gente comune, sui campi da sci, tra i motociclisti, i ciclisti che si lanciano giù da pendii impossibile per postare poi sui social video impressionanti. Quindi gli arrampicatori di grattacieli e altro. C’è un business. L’ultimo morto aggrappato a una tuta alare è di qualche ora fa: atleti prigionieri delle video-riprese, un mondo in cui senza immagini non sei nessuno. Semplicemente non esisti.

 



 

E’ evidente che alpinismo è un’altra cosa ancora. Ma la strage di uomini di altissimo livello umano e tecnico non può non far riflettere sull’evoluzione implacabile di uno show business che costringe e obbliga a osare sempre di più, per sconfiggere un frustrante e misero anonimato. Il grido disperato di Messner rischia di cadere nel silenzio, mentre la lista dei morti si allunga.

 

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