Gli avvocati che stanno inguaiando gli Stati Uniti

| Gordon K. Sattro e Michael Cohen, il primo legale di Jimmy Bennett, l’altro di Donald Trump. Due professionisti che stanno mettendo a dura prova la credibilità di istituzioni e movimenti

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Di Germano Longo
“La differenza fra avvocato e una prostituta? La prostituta quando muori ha finito di fotterti”. È una delle tante frasi con cui gli americani definiscono la categoria degli avvocati, lobby poco amata e in cima alla classifica delle professioni considerate fra quelle che danno meno contributo alla società. Nel 2001, per tentare di recuperare la propria immagine e riconquistare un minimo sindacale di simpatia, ha stabilito nel primo venerdì di novembre il “Love your lawyer day”. Una sorta di San Valentino in cui si invitano i clienti a dimostrare un po’ d’affetto verso gli avvocati. Ma non pare sia esattamente un successo.

Anche il cinema, specchio della società, li ha presi spesso di mira, mandando in archivio ritratti di professionisti del foro integerrimi, ma molto più spesso indaffaroni, maldestri e attenti soprattutto alla parcella. Qualche esempio, giusto per capire: Denzel Washington nei panni di Joseph Miller, l’avvocato di “Philadelphia”, Julia Roberts in quelli succinti di Erin Brokovich, e ancora Aaron Sorkin, legale interpretato da Tom Cruise in “Codice d’onore” e Robert Duvall, il risoluto, pacato e intelligente avvocato Tom Hagen de “Il Padrino”.

Magari un giorno, fra qualche anno, due pellicole porteranno sul grande schermo le vicende reali di altrettanti avvocati che in queste settimane stanno mettendo a ferro e fuoco l’America, e non solo quella.

Gordon K. Sattro

Palestrato, faccia da colletto bianco di Wall Street, abiti sartoriali su mocassini italiani, si definisce “capace di affrontare in modo unico sfide complesse”, ma anche un uomo che “corre contro il fuoco: pratico la legge, viaggio, mangio e sono affamato di tutto”.

Prima di diventare avvocato è stato cuoco, bagnino, venditore d’auto, responsabile delle vendite, attore, ufficiale dell’esercito, direttore marketing e dirigente di una società. Dal 2000 opera nel mondo dello spettacolo rappresentando attori, registi, DJ, scrittori, produttori, cantanti e chef nelle trattative con major ed emittenti televisive. È proprio grazie all’ultima categoria, gli chef, che il nome di Sattro rimbalza da settimane sui tabloid di tutto il mondo. Fino a poche settimana fa si dichiarava affascinato da Anthony Bourdain, “Un uomo che ha avuto una grandissima influenza su di me”, ma non abbastanza da fermarlo, quando si è trovato dall’altra parte della barricata, strappando al suoi idolo Bourdain i 380mila dollari da consegnare a Jimmy Bennett, per assicurarsi il silenzio sul sesso alberghiero con Asia Argento.

Malgrado la fantasia non gli manchi, Sattro forse non immaginava nemmeno di riuscire a mettere in ridicolo il movimento #MeToo, ridando fiato alle corde vocali di Harvey Weinstein. Uno che forse gli piacerebbe tanto difendere.

Michael Cohen

Nel 2000, Donald Trump, ai tempi soltanto il “tycoon”, chiede di incontrare un avvocato quarantenne spuntato dal nulla che alla faccia del team di legali pagati profumatamente, era stato capace di risolvergli una questione legale con i residenti di uno dei suoi tanti grattacieli. Figlio di un’infermiera e un medico di provincia, origini ebree, Cohen arrivava dal settore dell’infortunistica, ma aveva ambizione e nessuna voglia di accontentarsi. Trump lo vuole al suo fianco, con il compito di non semplice di togliere le castagne dal fuoco ancor prima di sentire puzza di bruciato. Cohen l’ha fatto senza risparmiarsi, ritrovandosi a trattare con pornostar e conigliette di Playboy che dopo aver ceduto le proprie grazie a Donald passavano all’incasso minacciando di raccontare tutto, ma anche ai tavoli dello spinoso “Russiagate”. Fra una missione e l’altra, si è anche battuto perché nel centro di Mosca passasse il progetto di una “Trump Tower”, minacciando querele e azioni legali verso qualsiasi giornale o giornalista osasse mettere in dubbio le parole dell’allora candidato alle presidenziali 2016. Per completare il quadretto è giusto citare l’intervista alla “ABC” in cui aveva dichiarato eterna fedeltà a Trump, alla sua famiglia e al proprio paese.

Poi però, un giorno al citofono dei suoi uffici newyorkesi ha suonato l’FBI, che si è portata via computer, file, hard disk e documenti, restituendo a Cohen un’accusa per frode bancaria e una violazione delle norme sul finanziamento della campagna elettorale. E Michael ha cambiato sponda, diventando una delle peggiori tegole a pendere sul ciuffo arancionato di Trump.

Liquidato come peggior avvocato del mondo, pur di farla franca Cohen ha messo sul tavolo registrazioni in cui si sente Trump dare l’ok per il pagamento delle due compagne di merenda e fare lo stesso con il figlio sulle trattative con i russi che promettevano notizie scottanti con cui affondare l’avversaria Hillary Clinton.

Inevitabile, a questo punto, la comparsa in questa storia di un altro legale, Lanny Davisk, avvocato di Michale Cohen, che ha fatto la sua parte, tuonando davanti alle telecamere: “Cohen non accetterebbe mai una eventuale grazia del presidente Trump, un uomo che considera corrotto e pericoloso per il paese”. È solo questione di parcelle, per il resto l'avvocato è a disposizione.

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