L'assassina di via Fani insiste
"Basta col monopolio del lutto"

| ESCLUSIVO Lunga intervista di Barbara Balzerani a un giornale francese, aveva taciuto nei giorni del quarantennale di Moro ma ora torna ad occuparsi dei familiari delle vittime delle Brigate Rosse e del loro dolore

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A cura di MASSIMO NUMA

L'ultrasettantenne ex Brigate Rosse Barbara Balzerani deve avere parecchio sofferto a non intervenire nel dibattito, spesso acceso, sul quarantennale dell'omicidio di Aldo Moro e, glielo ricordiamo perchè se lo dimentica sempre nei suoi interventi, quello degli uomini della sua scorta. Per darle un aiuto, le ricordiamo anche i nomi: i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci, gli agenti della polizia Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.

Così, partendo dal suo tristemente noto post su Facebook di aprile “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del quarantennale?”, che aveva sollevato (finalmente) una levata di scudi, Balzerani torna di nuovo sul tema. Lo fa con un'intervista al giornale francese Lundimatin.fr e proprio lei, nel suo profilo facebook ne riporta la traduzione integrale. Ism riporta lo stesso testo perchè si tratta di un documento importante anche se di certo non conclusivo per fare chiarezza sugli anni cui in le Brigate Rosse e le altre organizzazioni terroriste di sinistra e di destra hanno insanguinato il nostro Paese. Intanto l'ansia di riaffermare il principio che le Br hanno ucciso decine di persone innocenti, rapito e ucciso Moro senza l'aiuto di nessuno. Senza l'appoggio occulto di servizi segreti di altre nazioni o blocchi. Insomma, tutto l'orgoglio di essere assassini totalmente autoctoni. Per Balzerani e i suoi compagni è infatti un titolo di merito.

"I professionisti dell'indignazione"

"Questa la mia frase che ha scatenato una polemica singolare alla vigilia delle celebrazioni del quarantesimo Lundimatin.fr anniversario del sequestro di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse di cui ho fatto parte. L’ho scritta sulla mia pagina personale di un social e la reazione immediata di indignazione per offesa grave ai parenti delle vittime offre uno spaccato del perché della frase e del perché sono a scriverne su un giornale non italiano. A nulla sono serviti i chiarimenti del senso delle mie parole, presupponendo, ingenuamente, un loro fraintendimento. All’obiezione: “Non pensa che la frase possa ferire i figli o i nipoti di chi fu vittima degli anni di piombo?” ho risposto: “Perché dovrebbe? Non crede sia legittimo da parte mia non dover assistere al racconto che ne faranno tv, commentatori politici, dietrologi, componenti di commissioni parlamentari? Insomma tutti coloro che hanno accesso ai mezzi della comunicazione e che altro non hanno prodotto che verità di comodo, mistificazioni e vere e proprie menzogne su quegli avvenimenti, sui comportamenti e le responsabilità di ciascuno. Dove vede in quello che ho scritto un’offesa? Non crede sia interesse anche di quelle persone che lei ritiene io abbia offeso che un simile evento non sia lasciato alla ricostruzione di personaggi che per nulla hanno a cuore il rigore di una ricostruzione storica?”. Considerazioni queste condivise da giornalisti, studiosi, ricercatori, storici e da i tanti interessati a consegnare alla storia la complessità di avvenimenti che si sono protratti per oltre un decennio - 269 gruppi armati, 36.000 inquisiti per banda armata di cui 6.000 condannati a lunghissime pene, cifre che mal si conciliano con “la follia omicida” di quattro psicopatici - sottraendola al pregiudizio che ha imposto le trame di un grande burattinaio a tirarne le fila.

I Servizi Segreti alibi per nascondere una rivolta vera

"D’altra parte cos’altro può essere più deresponsabilizzante per delle classi dirigenti la rappresentazione di una stagione di aspro e prolungato conflitto come un’operazione di servizi segreti e non come esplosione di contrapposizioni sociali? E nulla conta che dopo 40 anni nessuna prova sia stata fornita a sostegno dell’esistenza di tale regia occulta mentre il lavoro di ricerca di segno opposto, basato su esibite fonti documentali, è relegato al pensiero ininfluente. Ignorati i ricercatori non conformi alla vulgata dietrologica, magicamente l’attenzione si è focalizzata su quella mia frase che ha inaugurato le “giornate dell’indignazione” per il suo preteso contenuto offensivo nei confronti delle vittime. E qui sta il nervo scoperto dello scandalo che ha dominato per giorni sui media nazionali. Media che, ufficialmente, hanno eluso il merito della frase incriminata per limitarsi a una sequela di insulti rivolti alla mia persona. Media che si sono fatti portavoce di vittime che hanno reclamato il silenzio degli assassini miei pari, mentre, di nascosto, hanno fatto a gara pur di avere qualcuno di noi nelle loro trasmissioni e sulle loro testate. Media che, indifferenti al dovere di informare, hanno ingaggiato una competizione di superficialità e voluta ignoranza, fino ad attribuire alle Brigate Rosse omicidi di compagni e magistrati compiuti da formazioni neofasciste, fatti che chiunque, mediamente informato, conosce bene. E che hanno continuato a gridare contro la presenza in tv di chi non c’è andato e le interviste di chi non le ha rilasciate. Fino ad arrivare a riprendere, con tanto di telecamera nascosta, un commento sulla querelle durante un incontro sull’ultimo mio libro, in cui ho affermato che quello della vittima sia diventato un mestiere censorio che pretende il monopolio della parola e della ricostruzione storica. Nuovo motivo per i professionisti dell’indignazione già ampiamente scatenata solo per l’annuncio dell’evento, nonostante che gli argomenti trattati nel testo non riguardino per nulla le Brigate Rosse. La polemica era già orchestrata, tanto da organizzare il furto di immagini, per il solo fatto di essere stata invitata a presentare un libro proprio il 16 marzo, giorno dell’anniversario del rapimento di Aldo Moro".

"Non ammessi altri punti di vista sui lutti"

"A seguito della messa in onda della registrazione in una trasmissione dai toni di un collaudato sensazionalismo ci sono state l’apertura di un fascicolo a mio carico da parte della Procura, una querela per diffamazione e la decisone comunale dello sgombero del centro sociale che ha ospitato la presentazione. E dunque è del non diritto di parola per colpa inestinguibile che si tratta. E a decidere chi ne sia moralmente titolare sono i parenti delle vittime che ne reclamano il monopolio. Come se l’espressione di un qualsiasi altro punto di vista fosse un insulto a chi ha subito dei lutti. Come se la testimonianza del dolore di una perdita potesse essere il contributo essenziale per la ricostruzione storica, come se la memoria individuale potesse prendere il posto della ricerca storiografica e come se fosse stato introdotto un tempo dell’accadere sospeso e privo di contesto in cui far vivere la contrapposizione metastorica tra vittime e carnefici. E questo dacché aver scontato una condanna non restituisce cittadinanza ma è solo il pentimento e il perdono a renderla possibile. Dacché non è la testimonianza di chi ha agito a poter contribuire alla comprensione degli avvenimenti ma la ragione di chi ha subito un danno. Ragione che non è riconosciuta a tutte le vittime come non lo è l’attribuzione di innocenza. A ben vedere il discrimine passa tra chi ha dalla sua il potere decisionale di cosa si debba ricordare e chi non lo ha. Non è un caso che il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo in Italia sia stato fissato per il 9 maggio, data dell’uccisione di Aldo Moro e non il 12 dicembre, anniversario della strage di Piazza Fontana, i cui superstiti e i loro familiari non solo non hanno ottenuto verità processuale ma hanno dovuto anche pagare le spese di giudizio".

"Cosa si deve ricordare e cosa no"

"Per non parlare della definizione di “malore attivo” che, secondo sentenza, avrebbe ucciso Pino Pinelli, uno degli anarchici arrestati e “caduto” da una finestra del terzo piano della Questura di Milano. Netto discrimine che impedisce qualsiasi pretesa di “memoria condivisa” che, nell’esaltazione dell’innocenza assoluta di una parte e il male assoluto dell’altra, esercita un potere di censura sulla libertà di pensiero e di parola.
Alla fine una domanda: dopo tanto clamore polemico, a quaranta anni dai fatti e la messa all’indice del mostro di turno, abbiamo qualche strumento in più per la comprensione di quel pezzo di storia italiana?"


Nota di Ism

Abbiamo rispettato sino all'ultima virgola l'integrità del testo di Balzerani. Le vorremmo però ricordare sommessamente le 86 persone assassinate dalle Brigate Rosse dal 1974 al 1988, le centinaia di feriti, senza contare le vittime altrettanto innocenti provocate dai killer di Prima Linea e di altri gruppi terroristi come le Nuove Brigate Rosse di Galesi e Lioce, con un catena di lutti che - per ora - s'è chiusa solo nel 2002 con la morte del professore Marco Biagi. Le vittime sono agenti di polizia, carabinieri, magistrati, politici, imprenditori, docenti, manager e un operaio dell'Italsider di Genova, Guido Rossa, di cui - da sempre - Balzerani ne esalta il suo assassino, il capo della colonna genovese Riccardo Dura. Le ricordiamo, sempre sommessamente, se mai s'è informata dove si addestrava all'uso delle armi Riccardo Dura e se s'è mai posta un semplice quesito. Chi aveva affidato partite di armi automatiche e altro materiale militare allo stesso Dura e ai suoi compagni che poi le trasportarono in Occidente su alcune imbarcazioni a vela? 

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