La vittoria di Biden non basta a guarire le ferite della UE

| Bruxelles si aspetta dagli Stati Uniti un trattamento migliore rispetto a quello riservato da Trump, ma non nasconde la necessità di “imparare a fare di più da sola”. Perché il trumpismo non è stato sconfitto, e tra quattro anni chissà…

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La vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane è stata accolta con un sospiro di sollievo nella stragrande maggioranza delle capitali europee. Agli occhi dei più, nei quattro anni della presidenza Trump, quello che un tempo era il più importante alleato dell’Unione Europea ha dosato un velenoso mix disinteresse e aggressività.

Tuttavia, la prospettiva che l’amministrazione in arrivo sia disposta a impegnarsi nuovamente con Bruxelles, non sembra così certa. “Nessuno si illude che con Biden i rapporti saranno nuovamente straordinari - ha confidato alla CNN un alto diplomatico dell’UE - sotto Trump, molti di noi hanno dovuto ammettere che facciamo troppo affidamento sull’America”. Della questione, nessuno a Bruxelles è disposto a parlare senza ricorrere all’anonimato, per via di un momento diplomatico molto delicato.

Per alcuni aspetti, la presidenza di Trump ha presentato per Bruxelles un solo e unico problema: l’uomo alla Casa Bianca. Il fatto che la persona più potente della Terra fosse realmente disposta a mettere in discussione l’alleanza transatlantica ha costretto l'Europa a considerare diverse scomode realtà.

“Il rapporto non era perfetto già prima che Trump si insediasse. Sia Obama che Bush prima di lui avevano spostato la loro attenzione geopolitica verso il Medio Oriente e la Cina – ricorda Tyson Barker, ex funzionario del Dipartimento di Stato sotto Obama - quello che l’Europa deve accettare è che il ‘trumpismo’ non è stato sconfitto in queste elezioni e qualcuno come lui potrebbe tornare tra quattro anni. Bruxelles dovrebbe pensare attentamente a costruire una fiducia duratura e meccanismi che possano sopportare un Trump 2.0”.

La sensazione a Bruxelles che l’America si stesse allontanando dall’Europa è comunque peggiorata durante la presidenza di Trump. “Nei quattro anni in cui Trump è stato in carica, c’era la sensazione che la brutta idea dell’America temuta dagli europei fosse diventata realtà - commenta Cathryn Cluver Ashbrook, direttore del Progetto sulle relazioni transatlantiche alla Harvard Kennedy School - gli europei hanno parlato molto di autonomia strategica perché sospettano di non potersi più fidare veramente degli Stati Uniti”.

Il concetto di “autonomia strategica”, definito in modo approssimativo da Bruxelles, fa parte della volontà della UE di essere più autosufficiente in settori che vanno dalla sicurezza all’economia, daalle catene di approvvigionamento al cambiamento climatico. Una delle priorità della Commissione UE per il 2019-2024 è “rafforzare la voce della UE sulla scena mondiale come titolare di un mercato forte, aperto ed equo, di un multilateralismo e di un ordine globale basato su regole e, allo stesso tempo, costruire la capacità dell’unione di gestire le crisi attraverso le proprie capacità civili e militari”.

Il problema, come sottolinea Cluver Ashbrook, è che “Anche con la migliore buona volontà, non c'è modo che la UE sia in grado di avvicinarsi agli Stati Uniti o alla Cina nella maggior parte di queste aree, specialmente se si considera che non esiste un’agenda comune delle priorità dell’unione. I francesi vogliono l’autonomia europea in settori come la sicurezza e la difesa, i tedeschi e gli olandesi hanno una visione più equilibrata: vogliono l’autonomia, ma non tagliare i benefici che il continente ottiene dall’influenza degli Stati Uniti”. Secondo un diplomatico europeo, “Dobbiamo essere onesti con noi stessi: la Francia da sola non può difendere l’Europa, e c’è forte disagio all’idea che la Germania spenda il 2% del suo PIL per la militarizzazione, quindi non esiste alternativa a dipendere dalla sicurezza garantita dagli Stati Uniti”.

Analoghe differenze di opinione esistono quando si tratta di settori come le tecnologie digitali e la stabilità economica. “La commissione vuole essere un leader digitale, ma non possiamo illuderci: non abbiamo fatto molti progressi su un brevetto europeo o sul venture capitalism. Non siamo in grado di sfidare l’America, quindi dovremmo sostenere un sistema multilaterale in cui diversi blocchi svolgono ruoli diversi”.

Per quanto riguarda il commercio, gli investimenti interni e l’economia in generale, i 27 membri della UE hanno una serie di opinioni tutt'altro che uniformi. I paesi che hanno una lunga tradizione di difesa del libero scambio temono che l’autonomia strategica venga usata come copertura per il protezionismo, i falchi cinesi temono che gli Stati membri possano trarre vantaggio da progetti di investimento asiatici come “One Belt, One Road” e porranno il veto a qualsiasi tentativo di assumere una linea più dura nei confronti di Pechino.

Quando Biden entrerà in carica, è assai probabile che Bruxelles procederà con cauto ottimismo. “Se Biden si ricongiunge all’accordo sul clima di Parigi e all’OMS, riconsidera il ritiro delle truppe americane dalla Germania e inizia la sua presidenza più o meno premendo il pulsante di reset, si apre una finestra di ottimismo per l’Europa. Storicamente, la UE non ha avuto una politica estera comune, ma è stata guidata dalle alleanze, e l’atteggiamento di Trump ne ha rivelato la necessità. Ora c’è finalmente un Presidente americano che rispettiamo, che ci rispetta e guarda con attenzione al progetto che stiamo cercando di costruire. Speriamo di poter convincere che un’Europa più geopolitica sia un bene anche per gli Stati Uniti”.

Se un blocco di 27 nazioni come la UE, con il suo peso economico e una popolazione enorme, pari a quasi 448 milioni di abitanti, diventasse davvero un attore geopolitico, sarebbe una forza formidabile, ma funzionari e diplomatici in proposito hanno diversi gradi di ottimismo. Alcuni sostengono che il blocco non è mai stato così unito sulle questioni esterne grazie a Trump e alla pandemia, accettando che il mondo è cambiato. Altri temono che alcuni Stati membri, soprattutto quelli in cui il populismo trumpiano ha avuto successo, saranno reticenti a parlare di sovranità paneuropea.

Per molti aspetti, il XXI secolo non è stato gentile con la Ue, tuttavia una Brexit conclusa, un presidente americano in carica amichevole e il sostegno dei suoi cittadini, sono elementi che offrono a Bruxelles l’opportunità di reinventarsi. Che ci riesca o meno, come sempre, dipenderà dal fatto che gli Stati membri siano in grado di collegarsi sulla stessa lunghezza d’onda e mettere da parte gli interessi nazionali nell’interesse dell’Unione.

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