Leghisti, celti, vichinghi e anglosassoni

| I razzisti britannici usano il termine “anglosassone” per i loro ideali etnici, i leghisti italiani si rifanno alla stessa mitologia celtica e cercano di dare valore storico ad un’effimera lega che combatté invasori provenienti dal nord

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Di Marco Belletti
Da alcuni mesi in Gran Bretagna si è acceso un vivace dibattito sull’uso del termine “anglosassone”. Il tutto è iniziato per le accuse di razzismo e sessismo all’interno della Società Internazionale degli Anglosassoni, una organizzazione accademica dedicata allo studio della storia, dell’archeologia, della letteratura, del linguaggio, della religione, della società e della numismatica del periodo altomedievale, cioè tra il 476 e il 1000 d.C.

Alcuni studiosi sostengono che aver cambiato il nome della società è stato un segnale contro il razzismo e il sessismo, in particolare nel modo in cui gli accademici ricercano e interpretano il passato medievale. Naturalmente, il dibattito si è esteso in modo molto rapido con la variazione del nome della società (ora International Society for the Study of Early Medieval England) fino a proposte di abolizione delle espressioni “Inghilterra anglosassone” per la Gran Bretagna di pianura nella seconda metà del primo millennio della nostra era, e “mondo anglosassone” per la definizione da parte dell’Europa della società inglese nell’Alto Medioevo.

Dall’allargamento costruttivo, la discussione è degenerata in polemica fino a permettere a chiunque non fosse d’accordo con i cambiamenti di essere definito “razzista” o difensore a oltranza degli usi razzisti del termine anglosassone. Il popolo del web ha infine proclamato che gli studiosi devono dare evidenza al fatto di essere contro il razzismo abolendo il termine dai loro scritti e dalle loro lezioni, fino ad arrivare all’eliminazione (non fisica, per ora, ma solo professionale) di chi invece persiste nell’utilizzare “anglosassoni”.

Risulta difficile comprendere come le espressioni “Inghilterra dell’alto medioevo” o “l’inglese di inizio medioevo” possano essere, non si sa come, più chiari e meno offensivi di anglosassone… È risaputo che questo termine viene riferito anche ai movimenti politici razzisti e di supremazia bianca (in particolare nel Nord America) ma è ovvio che educando le persone a comprendere a fondo i significati le si mette nella condizione di capire come razzisti e suprematisti se ne siano appropriati indebitamente.

E che dire allora della parola “celti”, il cui nome ha attratto numerosi gruppi con ideologie razziste, soprattutto quelli attenti ai miti sull’origine nazionale? Celti e vichinghi nel V secolo d.C. hanno invaso la Gran Bretagna sostituendo di fatto gli abitanti indigeni. Sciovinisti e razzisti si rifanno a questa fase della storia inglese per giustificare nazionalismi e colonialismi d’oltremare senza tenere conto che – almeno all’inizio della loro storia – i celti erano un popolo migrante che invadeva terre sempre più a Ovest per sfuggire ad altri popoli che li attaccavano provenendo dall’oriente.

E così il sempre crescente populismo di destra, il cosiddetto etno-nazionalismo e il suprematismo bianco hanno fatto dell’alto medioevo, almeno in Gran Bretagna, un simbolo politico. Come conseguenza, gli storici oggi sono costretti a considerare letteratura e arte di quegli anni in mano a ideologie xenofobe e scioviniste, con falsi esperti e produttori di fake news che diffondono stereotipi pseudoscientifici sugli anglosassoni.

Un percorso molto simile e altrettanto falso è stato percorso in Italia, dove un’area territoriale delimitata dal bacino idrografico del Po è diventata la bandiera di un movimento politico che (anche se lo camuffa bene) fa del razzismo e del suprematismo il suo credo.

Padania è sinonimo di pianura padana, area geografica che è divisa in superiore (piemontese) e inferiore (lombardo-veneta). Fino alla metà degli anni Novanta nessuno utilizzava il termine Padania o padano, se non per parlare della fertile pianura che circondava il Po, ma da allora un insistente uso politico da parte della Lega Nord (quando il termine Nord era parte integrante del nome) ha identificato la regione come una fantomatica unità territoriale, una repubblica federale per cui reclamare l’indipendenza – o almeno l’autonomia politico-amministrativa – dalla Repubblica Italiana. Da quegli anni il termine padano ha perso il suo significato geografico per assumere sempre più quello esclusivamente politico, fino al punto di non ritorno del 15 settembre 1996, quando la Lega Nord dichiara l’indipendenza della Padania con il nome ufficiale di Repubblica federale padana. Nei pensieri di Gianfranco Miglio e Umberto Bossi si tratta di un’entità politico-amministrativa che comprende le regioni dell’Italia settentrionale (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino, Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia, Romagna e Veneto) unite in una confederazione di quattro nazioni: subalpina, lombarda, serenissima e cispadana.

Purtroppo oggi – a causa di questo infondato indipendentismo – corriamo il rischio che le nuove generazioni, alle quali la storia non viene spiegata in quanto inutile, credano che il Grana Padano sia il formaggio della Lega e che Alberto da Giussano (in latino Albertus de Gluxano) sia stato il capo militare della Lega Lombarda che il 29 maggio 1176, durante la battaglia di Legnano, si oppose all’invasore Federico Barbarossa. Secondo gli storici da Giussano è invece un personaggio leggendario mai esistito e l’effettivo comandante della Lega Lombarda fu Guido da Landriano. Che, guarda caso, oggi nessuno ricorda…

La Lega Lombarda difese il popolo dall’invasore armato proveniente dal Nord e non (come fa oggi la Lega, che negli anni ha perso il termine Nord) dal migrante in arrivo dal Sud del mondo, disperato e inerme. E come se non bastasse, l’indipendentismo padano fa leva su figure retoriche celtiche vicine agli invasori, come dimostrato dai molti simpatizzanti che vestono corna vichinghe o simboli norreni durante i raduni a Pontida o al Pian della Mussa, quando si raccolgono le acque del “sacro” Po da conservare nella miracolosa ampolla.

Se i primi romani invasori che giunsero nell’Italia del Nord avessero calcolato correttamente la lunghezza di Po e Tanaro al momento della loro confluenza, si sarebbero accorti che il secondo aveva percorso un tratto più lungo (di ben 70 chilometri) e che quindi il corso d’acqua che proseguiva avrebbe dovuto chiamarsi Tanaro. Nell’Adriatico sfocerebbe pertanto un fiume di oltre 720 chilometri (contro i 652 del Po), oggi mangeremmo l’ottimo formaggio grana tanareo e i leghisti potrebbero esibire un nome per la loro nazione di chiara derivazione celtica (Taranus, dio del tuono e del temporale) e non dal latino che si parlava nella Roma ladrona, che chiamò quel fiume Padus.

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