Strage di Bologna, i nuovi misteri

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Da 39 anni è uno dei misteri più inquietanti d’Italia: gli 85 morti saltati in aria il 2 agosto 1980 alla stazione centrale di Bologna, uno degli ultimi atti della strategia della tensione, sono una storia senza fine, una lunga scia di ambiguità e oscurità che attraversa la storia di questo Paese.

Da poco sono emersi due nuovi angoscianti elementi che non contraddicono le ultime sentenze ma che, al contrario, le completano in tutto, o almeno in parte. Nella bara di Maria Fresu, una delle vittime dello scoppio dell’ordigno, forse c’erano i resti di un’altra, o di altre vittime già a suo tempo identificate. Lo scrivono nel supplemento di perizia esplosivistica Danilo Coppe e Adolfo Gregori, nominati dalla Corte di Assise di Bologna che sta processando Gilberto Cavallini per concorso nella Strage dell’agosto 1980. Le analisi del Dna hanno stabilito che i resti esumati nel cimitero di Montespertoli (Firenze), in particolare una mano e una parte di volto con scalpo, non appartengono alla Fresu, ma a due donne diverse.

“Certamente per ritrovare le parti della povera Maria Fresu non ci sono soluzioni oggi praticabili”, concludono. I legali dei terroristi neri condannati insistono sulla probabilità di un’86esima vittima, che potrebbe essere una terrorista kamikaze probabilmente palestinese, a sostegno dell’ipotesi di un coinvolgimento del terrorismo internazionale. Se Maria Fresu quel giorno pagò con la vita la sfortuna di essere lì, si salvò invece la sua amica Silvana Lancillotto, che riuscì ad allontanarsi all’ultimo istante anche se di pochi metri.

Il volto con scalpo rinvenuto doveva essere di una donna sempre all’interno del raggio compreso fra 5 e 7 metri dal punto dell’esplosione. “Se è vero che tale volto è stato trovato sui binari, è altresì evidente che il corpo ad esso appartenuto era in linea col muro divisorio della sala d’attesa rispetto alla banchina ferroviaria. Peraltro sul volto rinvenuto non vi erano tracce evidenti di combustione”, concludono i periti.

Quindi l’interruttore trovato tra le macerie della stazione di Bologna a Prati di Caprara “parrebbe non avere un ruolo nell’evento del 2 agosto 1980”: era infatti molto simile a quello trasportato da Margot Christa Frohlich quando fu arrestata a Fiumicino nel 1982. Il nome della terrorista tedesca in passato era finito, insieme a Thomas Kram, nella cosiddetta ‘pista palestinese’, ipotesi bis poi archiviata nel 2015.

“Del paragone con l’esplosivo utilizzato dalla Frohlich mi prendo la responsabilità, ma se dovessi riscrivere la relazione non lo rifarei”, aveva detto Coppe nel corso della sua deposizione in aula il 10 luglio. “Resta comunque convinzione di chi scrive che fosse doveroso investigare approfonditamente sull’oggetto, visto che presenta similitudini con ordigni ritrovati e in ogni caso era frequente l’uso di sicurezze di trasporto”, scrivono ora i periti.

“Egregio sig. giudice, Le allego un piccolo promemoria concernente le connessioni fra diversi fatti criminosi, uno dei quali - l’abbattimento in volo del ‘Tra 841’ presso Corfù dell’8 settembre 1974 - di estrema gravità”. Scriveva così, il 21 gennaio 1976, Silvano Russomanno, all’epoca dirigente dell’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo (sarà poi il numero due dell’Ufficio Affari Riservati e vicedirettore del Sisde), in una lettera inviata al giudice istruttore che seguiva il processo per l’attentato all’oleodotto transalpino di Trieste.

La lettera, che il giornalista Rai triestino Giuliano Sadar pubblica nel suo libro ‘Il grande fuoco: 4 agosto 1971, l’attentato all’oleodotto di Trieste’, è la testimonianza diretta che l’Italia fosse già a conoscenza di quello che l’Fbi metteva nero su bianco nel rapporto di cui l’Adnkronos è entrata in possesso e del quale ha scritto nei giorni scorsi.

“Secondo noi - scriveva lo 007 italiano nella lettera di accompagnamento all’appunto in cui metteva in relazione diversi episodi legati al terrorismo mediorientale - la rete è sempre la stessa, dato che diversi personaggi riappaiono e i passaporti hanno somiglianze tali da escludere il caso”.

I passaporti, dunque. Già qui si mettevano in relazione alcuni dei passaporti cileni falsi che, come l’Adnkronos ha raccontato nei giorni scorsi, farebbero parte di uno stock di sei, uno dei quali utilizzato da una misteriosa donna per soggiornare in un albergo di fronte alla stazione di Bologna nei giorni dell’attentato che fece 85 morti e 200 feriti e per il quale sono stati condannati in via definitiva gli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

Russomanno chiama in causa anche Rita Porena, la controversa giornalista italiana amica del capocentro del Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, di diversi capi palestinesi e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. “Sul primo passaporto della Porena (quello di cui la giornalista denunciò la scomparsa, ndr), ci si potrebbe scommettere che è oggi in tasca a qualche fedayyn, maschio o femmina che sia. Non è la prima volta che gli estremisti denunciano lo smarrimento al solo scopo di procurarsi un secondo passaporto per far dono dell’originale all’organizzazione”, scriveva Russomanno nell’appunto, nel quale metteva in relazione diversi episodi, dando evidenza al lavoro dell’intelligence sul problema degli attentati palestinesi dei primi anni 70.

Tra gli eventi messi in fila da Russomanno, il primo risale al 4 aprile 1973, quando, “nella sala transiti dell’aeroporto di Fiumicino vennero arrestati due sedicenti iraniani, Shirazi e Mirzada, perché trovati in possesso di 3 bombe a mano di produzione cecoslovacca e di una rivoltella spagnola cal. 7,65 ciascuno”. Poi il fallito attentato al volo TWA: “Il 26 agosto 1974, all’aeroporto di Fiumicino, durante lo scarico dei bagagli dall’apparecchio “Tra”, volo 841, giunto da Tel Aviv-Atene e diretto a New York, si verificò un principio di incendio in una valigia appartenente al sedicente cileno Jose Mario Aveneda Garcia, munito di passaporto nr. 037976 rilasciato a Quillota, poi risultato falso. Poiché l’Fbi rilevò tracce di esplosivo nei residui della citata valigia e scoprì inoltre un congegno d’accensione, si dovette pensare a un attentato fallito. Ipotesi convalidata dal fatto che l’8 settembre successivo, lo stesso aereo TWA 841 si inabissa nel mar Ionio ad ovest di Corfù, provocando la morte di 88 persone”.

“L’Ispettorato Generale per l’Azione contro il Terrorismo - prosegue Russomanno - diramò le ricerche del sedicente Aveneda Garcia, anche a tutti i servizi di sicurezza collegati. In data 24 febbraio 1975 la polizia svedese comunicò al citato Ufficio di non aver traccia alcuna della presenza dell’Aveneda Garcia in Svezia, ma di conoscere un certo Eduardo Hernandez Torres, cileno, munito di passaporto nr. 037972 rilasciato a Quillota. Questi, che aveva chiesto asilo politico in quel paese, si identificava in realtà in Michel Archamides Doxi, nato a Gerusalemme, cittadino giordano, ex elemento del Fronte popolare di liberazione della Palestina”.

“Il Doxi - scrive ancora lo 007 italiano - confidò ai funzionari svedesi di essere stato istruito dai fedayyn in un campo libanese e di essere stato inviato, nel marzo 1973, da Beirut a Roma via Bari, in compagnia di due donne per portare in Italia delle granate e alcune pistole. Per tale viaggio egli utilizzò un falso passaporto honduregno a nome di Tomas Gonzalo Perez. Delle due ragazze, una era la libanese Maha Abu Halil, l’altra una cittadina italiana di nome Rita. Le armi erano quelle stesse trovate indosso ai due sedicenti iraniani il mese successivo all’aeroporto di Fiumicino”.

“L’Ispettorato Generale per l’Azione contro il Terrorismo - prosegue Russomanno - in possesso delle rivelazioni del Doxi, fece delle indagini presso il porto di Bari, rilevando come effettivamente un certo Tomas Gonzalo Perez fosse giunto il 4 marzo 1973 da Beirut con la turbonave Ausonia, in compagnia di tale Claudia Garcia Morales e dell’italiana Rita Porena, nata il 21 maggio del 1937. Ricerche effettuate a Roma misero poi in luce il fatto che il Perez e la Morales (cioè il Doxi e la Halil), avevano soggiornato nella capitale, alla ‘Pensione dei Principi’, dal 4 al 5 marzo”.

“Secondo il Doxi, la Rita ha l’apparente età di 29 anni, è alta circa 1,60, di corporatura robusta, di faccia piena, e ha i capelli bruni; appartiene all’estrema sinistra e ha già compito diversi viaggi in diversi Paesi europei allo scopo di introdurre armi per i fedayyn. Le organizzazioni terroristiche arabe, infatti, usano di preferenza delle donne per il trasporto delle armi; eleganti, in possesso di molto denaro, esse alloggiano in hotel di prima classe facendosi passare per sudamericane o italiane”.

“Il Doxi - aggiunge il capo dell’Ispettorato - ha inoltre rivelato che nel maggio 1973 ricevette dall’organizzazione un ulteriore incarico: fu inviato a Ginevra, di nuovo con la Halil, per prendere in consegna un ordigno incendiario che era custodito da ‘una donna danese’. Egli avrebbe dovuto recarsi poi in aereo a Lod e deporre la bomba nell’aeroporto israeliano. Mentre la Halil lasciò la Svizzera in treno, diretta in Italia, il Doxi si presentò all’Ambasciata di Israele a Berna, dichiarò di voler lasciare per sempre l’organizzazione terroristica e consegnò l’ordigno”.

“Il complesso delle dichiarazioni del Doxi appare del tutto credibile”, sottolinea Russomanno, evidenziando che “a ulteriore prova di ciò si osserva che, nei vari progetti del notissimo terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, ve n’era uno denominato ‘operazione Danimarca’ o ‘operazione Mike’, che consisteva nell’eliminazione di Michel Doxi, quale traditore. In effetti, questi si trovava a Copenaghen prima di passare in Svezia e chiedervi asilo”.

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