Sudamerica: la rabbia di un continente

| È la nuova polveriera del mondo, scatenata da una manciata di paesi dove la vita conta poco, le disuguaglianze sono lampanti e alla gente manca tutto, dai servizi essenziali alla speranza

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L’Argentina va al voto per eleggere il nuovo presidente: 34milioni di persone piegate da una crisi economica del tutto simile a quella del 2001, con emergenze alimentari e crollo dei consumi che qualunque sarà l’esito del voto, sembrano precludere all’ennesimo focolaio pronto ad infiammare un altro angolo di Sudamerica.

Il “continente dimenticato”, 33 paesi e 630 milioni di persone che abitano la terra culla delle affascinanti civiltà precolombiane, dove la musica e il calore della gente scorrono nel sangue e conquistano il cuore dei viaggiatori, è di nuovo sul punto di esplodere. Da tempo, sempre troppo in questi casi, la classe media tira la cinghia e chi è al potere si copre di lussi e conti segreti. È sempre così: a forza di tirarla, non c’è corda che prima o poi non si spezzi.

Sono preoccupati un po’ tutti, analisti politici e investitori: guardano ai destini del Sudamerica, condannata alla violenza del disinteresse di Trump, come una sorta di spin-off di “America First”. È la fine di una corsa iniziata nel 2000, quasi vent’anni fa, con promesse di crescita, stabilità, trasparenza, lotta alla corruzione e riforme mai mantenute. Anzi: il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta.

Non c’è quasi paese che non abbia al potere governi impopolari, di destra o sinistra che siano, guidati da leader odiatissimi, accusati di corruzione e disinteresse. E la rabbia esplode per le strade, trasformandosi in marce che nascono pacifiche e poco dopo diventano scontri violentissimi con l’esercito, fra barricate, incendi, morti, feriti, centinaia di arresti e palesi violazione di ogni diritto umano.

Bolivia

Le presidenziali del 20 ottobre, che con il 47% dei voti hanno riconfermato per il quarto mandato Evo Morales alla guida del paese, dove regna incontrastato dal 2006, hanno fatto esplodere la protesta. Lo accusano di brogli elettorali, quasi un classico, e lui rimanda tutto al mittente affidandosi ad un altrettanto best seller sempre valido: è un golpe manovrato da potenze straniere. In realtà Morales è uscito da almeno due anni dall’elenco delle speranze dei boliviani, che lo accusano di essere corrotto. Lui, proprio poche ore fa, ha risposto da vero dittatore: non ci sarà alcuna negoziazione politica.

Brasile

Dallo scorso gennaio, data di insediamento del nuovo presidente di ultradestra Jiar Bolsonaro, non a caso chiamato il “Trump dei Caraibi”, si contano 1.249 vittime di raid delle forze dell’ordine, quando lo scorso anno, in 12 mesi, i morti erano stati 1.550. Una situazione sufficiente per scatenare le accuse di un vero genocidio di stato che ha come vittime soprattutto maschi poveri e di colore, oppure attivisti e difensori dei diritti umani. Bolsonaro, accusato anche di incompetenza e nepotismo, tira dritto, così come ha fatto il mese scorso per il colossale incendio dell’Amazzonia, che ha scatenato le proteste di tutto il mondo civile, nato dal folle via libera alla deforestazione. Una carica esplosiva sfociata in tre epicentri della protesta guidata dagli studenti, con 200 località coinvolte e migliaia di persone per strada.

Cile

È uno dei fronti più caldi del Sudamerica a cominciare da Santiago, la capitale, scesa in strada per protestare contro l’aumento delle tariffe dei mezzi pubblici. Ma era la goccia del vaso che tracima: la gente protesta per macroscopiche disuguaglianze sociali, le carenze sanitarie e dei servizi pubblici, un sistema pensionistico ridicolo, la corruzione alla luce del sole e l’impunità della classe politica, per cui non esiste legge capace di fermarla. Cose che vanno avanti imperterrite dai tempi di Pinochet, tempi che sembrano lontani solo a chi studia sui libri di storia, ma non per chi invece le vive ogni giorno. Dopo aver tentato la carta di ritirare l’aumento dei biglietti dei bus, ormai inutile, il presidente Sebastian Pinera ha decretato il coprifuoco e spedito i militari a presidiare le strade. Ma non basta, e non basterà.

Ecuador

Lenin Moreno, il presidente, ha provato a sospendere i sussidi per i carburanti, un aiuto sociale del valore di 1,3 miliardi che andava avanti da quasi mezzo secolo, finito nel piano di austerità varato per raggiungere una strategia di risparmio necessaria agli occhi del Fondo Monetario Interazionale, dopo i 4,2 miliardi versati nelle casse statali. È la miccia che ha dato il via a scontri violentissimi, costati la vita a una decina di persone e migliaia di feriti. La retromarcia del governo sembra aver placato le proteste.

Haiti

“Ye’n a marre”: basta così. È il grido di protesta degli haitiani contro il presidente Jovenel Moise, in carica dal 2017, di cui la piazza chiede a gran voce le dimissioni perché malgrado le promesse elettorali non avrebbe indagato in alcun modo sull’imbarazzante livello di corruzione del governo precedente. Ma non basta, perché di mezzo c’è anche un’esplosiva combinazione di fame, povertà e carenze di servizi minimi di uno dei paesi da sempre nell’elenco dei più poveri al mondo. La rabbia è esplosa con barricate, negozi distrutti, violenze e scontri durissimi con la polizia.

Messico

Secondo il “Global Slavery”, i lavoratori in nero sarebbero quasi 380mila, ma le cifre secondo molti sarebbero perfino peggiori, rafforzate dalla completa mancanza di trasparenza di alcuni settori come quello agroindustriale e dei lavoratori domestici, accusati di fare la propria parte nella tratta degli esseri umani. Innumerevoli i casi di stupro, anche da parte di agenti di polizia, finita sotto accusa di recente per il clamoroso rilascio del figlio di “El Chapo” dopo la sonora sconfitta subita dalle milizie dei cartelli della droga, meglio equipaggiate e addestrate. Non aiuta l’economia del paese, avviata verso una pericolosa recessione.

Perù

È forse la crisi più anomala dell’intero continente sudamericano, primo perché iniziata all’interno dei palazzi istituzionali, da una parte l’ex presidente Martin Vizcarra, dall’altra il clan nipponico-peruviano dei Fujimori, che ha il controllo del Parlamento, secondo poiché va in scena in un paese in crescita, lanciato verso una confortante stabilità economica. Soltanto slogan, secondo le popolazioni originarie del paese, vessate e sfruttate da secoli, che lamentano macroscopiche differenze di reddito fra le regioni e le fasce della popolazione. Le proteste hanno raggiunto il culmine la scorsa estate, con scontri violentissimi nati dalla decisione di concedere ad una multinazionale lo sfruttamento di una miniera di rame che metterebbe a rischio il fiume Tambo, e con questo la vita dei villaggi che vivono nella zona.

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