Tweet, bugie ed elezioni

| La teoria dei corsi e ricorsi storici di Vico è stata reinterpretata da un politologo americano, che ipotizza cicli ripetitivi in cui la sua nazione affronta i cambiamenti: ne stiamo vivendo uno in questa cambio di presidenza americana

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Di Marco Belletti
Certo, Donald Trump non è Saddam Hussein - ci mancherebbe - eppure come aveva fatto il dittatore iracheno, l’ormai ex presidente degli Stati Uniti è riuscito a mettere d’accordo i suoi tanti detrattori e anche chi magari lo avrebbe difeso, tanto da rimetterci la rielezione. Certo, a Saddam è andata peggio, ma di sicuro Trump sta vivendo un periodo assai deprimente. Del resto, con le sue parole polemiche, il suo atteggiamento di sufficienza nei confronti della pandemia e soprattutto con i suoi tweet controversi, arroganti e a volte oltre ogni limite della decenza, ha permesso agli avversari democratici di riprendersi la Casa Bianca costringendolo all’angolo, abbandonato anche da una parte del suo elettorato. Così facendo ha trasformato una quasi sicura riconferma (tra l’altro conquistata da tutti gli ultimi suoi predecessori Obama, Bush e Clinton) in una sconfitta che chiude un ciclo.

Su e giù per i ricorsi del tempo

Quando si parla di cicli (e di ricorsi storici) torna indubbiamente alla memoria Giambattista Vico, la cui teoria forse più celebre sostiene che alcuni eventi si ripetono con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo, non per puro caso ma in base a un preciso disegno che secondo il filosofo campano è stilato della divina provvidenza. Per Vico i corsi e i ricorsi storici sono evidenti nell’evoluzione della razza umana, che passa dal livello primordiale alla ragione e quindi si corrompe per tornare allo stato selvaggio da cui riprende l’ascesa verso una nuova civiltà. Una bella ventata di ottimismo, con la speranza che i momenti difficili prima o poi passeranno.

Più laico e vicino ai giorni nostri Samuel Huntington – famoso e influente politologo nonché docente di Harvard – che in un suo testo degli anni Ottanta del Novecento entra nel dettaglio con esempi legati alla storia e alla politica statunitense, che in questi giorni di “passaggio” da un presidente all’altro sono particolarmente attuali. Il suo pensiero parla di cicli che ricorrono più o meno ogni 60/70 anni, anche se in realtà adatta un po’ alla sua teoria i fatti storici e la loro cadenza temporale. In ogni caso, ne identifica alcuni, strettamente legati a eventi della storia americana.

Le numerose transizioni degli USA

Il primo risale alla nascita stessa degli Stati Uniti, nel periodo di rivoluzioni e grandi cambiamenti tra il 1760 e il 1770, cui fa seguito il periodo di presidenza di Andrew Jackson (tra il 1829 e il 1837), il primo presidente democratico che ha rinnovato la politica del suo Paese rendendola più attenta non solo a pochi proprietari terrieri, intellettuali e benestanti, ma anche alla maggioranza dei cittadini. Anche se il suo atteggiamento verso i nativi americani resta violento e pieno di soprusi.

Il successivo momento di snodo identificato da Huntington risale alla fine dell’Ottocento con la cosiddetta “era progressista”, fase della storia statunitense caratterizzata da riforme economiche, politiche e sociali legate agli sconvolgenti cambiamenti provocati dalla rivoluzione industriale, come lo sviluppo incontrollato di industria, commercio e affari, la crescita delle dimensioni delle città, la forte immigrazione, l’incremento del conflitti sociali violenti…

L’ultimo momento di transizione identificato dal politologo è la rivoluzione studentesca degli anni Sessanta dalla quale, guarda caso, è passato giusto il lasso di tempo sufficiente per poterne vivere uno nuovo. E infatti Huntington – nel suo testo degli anni Ottanta – prevede che il successivo cambiamento sarebbe arrivato nella terza decade del nostro secolo, in pratica quella che sta per iniziare tra meno di due mesi.

Un politologo visionario

È evidente che prevedere il passato è molto facile oltre che inutile, ma gli eventi che hanno portato alla presidenza degli Stati Uniti un personaggio inverosimile quando Trump hanno interrotto un ciclo di più o meno di tranquilla alternanza tra democratici e repubblicani dopo gli stravolgimenti epocali di una sessantina di anni fa: la forte opposizione agli interventi bellici (la guerra in Vietnam prima tra tutti), l’aborto e la rivoluzione sessuale, la lotta al razzismo…

A ben guardare la situazione di questi anni negli Stati Uniti è definibile come esplosiva, con tutta un serie di avvisi che presi uno alla volta non sono significativi, ma che ora hanno raggiunto una massa critica importante. Le crisi finanziarie ed economiche sempre più ravvicinate, fenomeni sociali sempre più evidenti come il “Black Lives Matter”, l’insofferenza collettiva sempre più marcata che porta a decisioni anche estreme come – per esempio – la scelta dei latinos a votare chi li odia come Trump, sono manifestazioni che viste oggi possono rappresentare il momento di trasformazione radicale preconizzato da Huntington 40 anni fa.

Samuel Phillips Huntington è nato il 18 aprile 1927 a New York ed è stato uno scienziato politico, consigliere e accademico americano che ha lavorato per oltre 50 anni all’Università di Harvard, fino a diventarne il direttore del Centro per gli Affari Internazionali.

Durante la presidenza di Jimmy Carter – tra il 1977 e il 1981 – è stato il coordinatore della Casa Bianca nella pianificazione della sicurezza del “National Security Council”, il principale organo che assiste il presidente degli Stati Uniti d’America in materia di sicurezza nazionale e politica estera. In seguito, negli anni Ottanta è stato consigliere dei Servizi di sicurezza di Pieter Willem Botha, presidente del Sudafrica dal 1984 al 1989, politico afrikaner che – pur sostenendo con decisione il sistema dell’apartheid – è stato responsabile delle prime riforme della nazione.

Ordine politico nelle società che cambiano

Huntington è conosciuto per numerose teorie geopolitiche che ha ipotizzato nel corso della sua lunga carriera. Alla fine degli anni Sessanta, in pieno conflitto del Vietnam, pubblica “Political Order in Changing Societies”, una critica alla teoria della modernizzazione che aveva influenzato la politica degli Stati Uniti nei confronti del mondo in via di sviluppo durante il decennio precedente. Nel suo libro Huntington sostiene che quando le società si modernizzano diventano più complesse e disordinate e se a questo processo non ne corrisponde uno di rinnovamento politico e istituzionale il risultato è violenza sociale.

Negli anni Settanta e Ottanta, Huntington è stato consulente di governi democratici e dittatoriali, come per esempio il Brasile e il Sud Africa. Per quanto riguarda il Paese sudamericano, ritiene che una liberalizzazione politica troppo rapida sia un rischio e ne propone una graduale, come è poi successo con la nazione che dopo una lunga transizione è diventato democratico nel 1985. Come consigliere del regime sudafricano, il decennio successivo elabora una strategia per riformare l’apartheid assicurando che l’aumento del potere repressivo dello Stato può essere necessario per attuare il cambiamento, dando di fatto il via al progetto di riforma anziché di abolizione immediata dell’apartheid.

Huntington è diventato soprattutto famoso per la teoria che ha elaborato nel 1993 su un nuovo ordine mondiale successivo alla guerra fredda (nell’articolo intitolato “Scontro di civiltà?” sulla rivista di relazioni internazionali e geopolitica Foreign Affairs) in cui sosteneva che le guerre del secondo millennio non sarebbero state combattute tra Paesi e nazioni differenti, ma tra culture diverse. E che l’estremismo islamico sarebbe diventato una minaccia al dominio occidentale sul mondo.

Con il suo pensiero e i suoi testi Huntington ha di fatto la responsabilità di aver contribuito a definire – nel bene e nel male – le politiche degli Stati Uniti per quanto riguarda le relazioni civili-militari, lo sviluppo istituzionale e il governo amministrativo degli ultimi trent’anni dello scorso secolo, fino alla morte sopraggiunta il 24 dicembre 2008.

Sarà “solo” un pagliaccio?

Dopo aver vissuto in prima persona tutte le campagne elettorali dell’ultimo mezzo secolo, tra pettegolezzi di alto livello (lo scandalo Lewinski che ha coinvolto il presidente Clinton nel 1998) e scandali economici (l’ultimo dei quali il fallimento della banca d’affari “Lehman Brothers” nel 2008, pochi mesi prima della sua morte) chissà quanto si sarebbe “divertito” Huntington nel valutare la gestione trumpiana delle due campagne elettorali, che invece di rispettare le strategie totali tanto a cuore al politologo, si affida alle reazioni non controllate e il più delle volte ingannatrici del tycoon…

E in effetti il problema dell’attendibilità delle affermazioni del presidente è manifestato sia nel 2016 sia nel 2020, in modo particolare quest’anno soprattutto con Twitter che Trump ha usato assiduamente spesso facendolo diventare il canale privilegiato delle sue comunicazioni. Dal martedì mattina in cui sono stati aperti i seggi, secondo il “New York Times” il 38 per cento dei tweet e retweet del presidente sono stati etichettati “fuorvianti sulle elezioni”.

Anche per questa la sua scelta di utilizzare in modo palesemente manipolatorio la comunicazione, Trump è stato paragonato nel 2016 a Mussolini e nel 2020 a Hitler. Anche in questo caso, come nel caso di Saddam Hussein, il paragone è esagerato, ma bisognerebbe non dimenticare quanto affermato da Giambattista Vico, così come varrebbe la pena ricordare che Karl Mannheim (il più celebre scienziato sociale dell’epoca nazista), definì il Fuhrer “nient’altro che un pagliaccio”: aveva ragione a metà, e la parte sbagliata era ‘nient’altro”.

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