Il teorema di Battisti

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Cesare Battisti è un assassino: non lo dice una sentenza, non lo racconta un pentito, non lo afferma un avversario politico. L’ha detto lui stesso, mettendo fine a 40 anni di illazioni di una certa sinistra autoproclamatasi “intellighenzia” del paese. Un crogiuolo di radical chic che più per un atteggiamento altezzoso da salotto ha sempre amato sentirsi controcorrente, una voce fuori da un coro che appena il resto del mondo dice sì, ama ripetere no. E viceversa. Su Battisti, nel tempo, si è spellata le mani gente come Valerio Evangelisti, che nel 2004 raccolse 1.500 firme in favore dell’assassino, o Tahar Ben Jelloun e Dan Franck, che in Francia fecero la stessa cosa, seguiti da Daniel Pennac, Gilles Perrault, Bernard-Henri Levy, il collettivo “Wu Ming”, Tiziano Scarpa, Rossana Rossanda, Vauro e perfino la premiére dame Carlà Brunì. Ed è un elenco parziale, a cui mancano altri nomi eccellenti. Ma dopo l’ammissione di Battisti, nel più classico dei siparietti italioti, tutti spariti dai radar. Non uno che si sia preso l’onere di ammettere di aver creduto ad una supercazzola monumentale, dando credito a uno che ha ammazzato e aiutato ad ammazzare. Da queste parti va così, inutile recriminare, è un teorema esatto: si sale sugli scudi con la pretesa di avere in tasca una verità che gli altri non capiscono, troppo limitati, gretti, ignoranti. Ma quando la fiera sbaracca e ci sarebbe da ripulire il piazzale, tutti svaniti nel nulla. Un giorno faranno lo stesso i nostri governanti, quelli del “sarà un anno bellissimo” e “abbiamo sconfitto la povertà”: nessuno chiederà mai scusa se in un solo anno, quello gestito da loro, il tetto del debito pubblico è aumentato di 71 miliardi, 6 ogni mese. Più o meno 38mila euro a pendere sulla testa di ogni italiano, quelli che sulle barricate non ci salgono mai. Ed è vero un peccato.

L'EDITORIALE