Dalla seta alla carta vetrata

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C’è un’Italia paradossale che va in scena in questi giorni sulle ribalte internazionali. Da una parte la completa genuflessione verso Xi Jinping, prossimo imperatore d’Italia, e alla sua “via della seta” che ingloberà il nostro paese all’interno di un corridoio di infrastrutture che corre lungo l’Asia, i paesi affacciati sull’Oceano Indiano e il Mediterraneo, in cui l’Italia avrà in Trieste l’ultimo strategico porto possibile, la porta d’ingresso al resto d’Europa. Ma dall’altra, per motivi politici-ideologici, un’Italia che ancora farfuglia e pasticcia sulla Tav, perché va bene collegarci ai cinesi, ma agli europei meglio di no, quella è gente strana che mangia le lumache e puzza d’aglio. Due facce che faticano a dare l’idea di un paese dal volto unico, un po’ come i due motori governativi, Lega e M5S, che raramente girano all’unisono: quando uno accelera l'altro frena, e viceserve. Un “giano bifronte” internazionale che saluta il presidente cinese con 29 intese per un valore di 7 miliardi, e dio so sa quanto ci serva quel denaro. Ma pochi minuti dopo si becca la sportellata di un altro presidente, Emmanuel Macron, che ascolta per l’ennesima volta il premier Conte raccontargli dell’analisi costi benefici di una certa commissione capitanata da tal Marco Ponti, poi sbadigliando a notte fonda, chiosa: avete firmato, ci sono trattati internazionali, regolatevi come meglio credete ma la Tav va fatta. Au revoir.

L'EDITORIALE