Il MinCulPop di Matteo

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Chi può, si faccia spiegare da qualche anziano cos’era il “MinCulPop”, il Ministero della Cultura Popolare varato durante il ventennio fascista. Aveva il compito di controllare e valutare ogni pubblicazione, sequestrando quelle considerate contrarie o pericolose per il regime. Tempi andati, si dirà, roba che non potrebbe tornare mai più. Ma c’è qualcosa di molto simile, che serpeggia in questo paese: una rappresaglia iniziata con gli strali grillini verso i media, affollati di “gentaglia prezzolata e di puttane” e portata avanti da Salvini Matteo, ministro dell’Interno. Il potere che gli italiani gli hanno assegnato alle europee inizia a palesarsi come un preoccupante “MinCulPop” del terzo millennio. Matteo da Giussano ha dei conti in sospeso con Roberto Saviano, lo scrittore minacciato di morte, e senza neanche vergognarsene promette di rivedergli la scorta. Ma non è l’unico a cadere nelle liste di proscrizione: a pagare è anche Fabio Fazio, un altro che a Matteo non va giù, spostato a Rai2 e con contratto dimezzato. Frecciate anche a Gad Lerner, prossimo a tornare con un programma su Rai3, e a Michele Santoro, che da tempo reclama un posto in televisione ma trova il 14 di viale Mazzini chiuso per occupazione leghista. C’è poco da sorridere, anzi, sarebbe meglio indignarsi, perché è bene ricordare che qualsiasi voce, giornale, sito, programma, conduttore e testata chiuda o sia messa a tacere, perfino quelle di quartiere, è una lucina che si spegne verso la verità. E questo succede solo nei regimi autoritari, dove la stampa è imbavagliata e chi governa preferisce gli applausi ai fischi. Posti che fino all’altro ieri sembravano lontani anni luce dall’Italia, o di quel che ne resta.

L'EDITORIALE