La solitudine del pentito

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In fondo, Benjamin Malaussène è “IL” capro espiatorio per eccellenza: un uomo buono che finisce sempre in mezzo a qualcosa di cui non ha colpa, ma che a forza di prendere sberle, impara a nuotare in ciò che un destino ingrato ha pensato per lui. Inevitabile: monsieur Malaussène - come tutti i personaggi letterari - somiglia un po’ al suo creatore, lo scrittore francese Daniel Pennac, uno dei tanti intellettuali di prim’ordine che nel 2004 prese la penna e firmò un appello in favore di Battisti Cesare, l’ex terrorista che per quasi quarant’anni ha trovato rifugio ovunque non ci fosse l’estradizione. Per lui si erano mossi in tanti, gente dal nome che conta, altisonante, tutti certi e sicuri che a sbagliare fosse la giustizia italiana, e non lui. Poi, quando Battisti finalmente è tornato in Italia con le manette ai polsi ammettendo di essere un assassino, quel drappello è svanito nel nulla, dissolto a ranghi sciolti. Tutti a ripetersi davanti allo specchio “devo imparare: la prossima volta mi faccio i cosi miei”. Il primo, l’unico finora, a dire ho sbagliato, chiedo scusa, è proprio Pennac, il padre di Benjamin Malaussène. L’ha fatto da Venezia, dov’era ospite per un convegno, e prima di salutare e ringraziare tutti ha preso il microfono per dire: “Firmare quell’appello è stata una stupidaggine. Sono desolato, faccio mea culpa: ha mentito alla giustizia italiana, al presidente Mitterand e a chi si è fatto garante per lui”. All’appello ne mancano altre decine come lui, ma difficilmente si prenderanno la briga di accodarsi nuovamente: in fondo Battisti si è scaricato da solo, e a questo punto sono solo fatti suoi. Tanto le menti fini che invadono salotti e librerie sono ormai distanti da quella storia, guardano altrove, spaziano libere su praterie dove la grettezza umana non arriverà mai. Universi liberi fatti di fantasia e ideologie, dove ogni essere ha diritto a fare e a dire tutto quel che vuole. Tranne chiedere scusa.

L'EDITORIALE