Liberi di tacere

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È decisamente preoccupante, il rapporto sulla libertà di stampa e di espressione del 2018 pubblicato in questi giorni dal Consiglio d’Europa. A uscirne sotto forma di coriandoli è la sacra immagine di Luigi Di Maio, accusato di aver “esercitato pressioni finanziarie sui media per limitare la libertà di stampa, quando quella e altre forme di manipolazione indiretta possono costituire museruole insidiose”. In un altro passaggio si legge che “Il leader del Movimento 5 Stelle ha chiesto alle imprese detenute dallo Stato di interrompere la pubblicità sui giornali e ha annunciato piani per una riduzione dei contributi pubblici indiretti ai media nella legge di bilancio 2019”. È con vivo rammarico che, per dovere di cronaca, bisogna ricordare che Di Maio Luigi non è solo “il leader” di un movimento - che basterebbe già - ma incidentalmente anche il vicepremier in carica, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Ora, mettendo insieme le due cose – le accuse che gli sono mosse e la carica che ricopre – si ottiene in cambio la fotografia di un paese chiamato Italia. Un posto dove si mangia benissimo, baciato dal sole e dal mare, talmente benestante da aver voluto a tutti i costi gli stipendiati da sofà, una nuova categoria sociale, ma soprattutto la capitale europea del silenzio. Peggio di noi, conclude il rapporto, fanno la Turchia, la Russia, l’Ungheria, la Serbia, la Lituania e la Bosnia-Erzegovina. Ma basta leggere quei nomi per capire che lì sopravvivono strascichi di regimi o di quel che ne resta. Qui da noi invece si ostinano a farci credere che imbavagliare la stampa sia sintomo di grande democrazia. Geniali.

L'EDITORIALE