Mamma, mi hanno scippato il salone

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Per i torinesi, che nell’anima si sentono sempre defraudati di qualcosa, è l’ennesimo smacco: il Salone dell’Auto di Torino lascia Torino per andarsene a Milano. Chiedete a un torinese qualsiasi: vi elencherà la moda, la radio, la televisione e via così, in un elenco di sfighe galattiche e piagnistei suburbani. Ma questa volta c’è perfino di più: nelle pieghe del trasloco dell’unico salone dell’auto italiano, per quanto anomalo assai, si nascondono un malessere del capoluogo subalpino, una furbizia organizzativa e una crisi politica di prim’ordine.

Andando con ordine: Torino è tagliata fuori dai circuiti che contano, sempre più concentrati sull’asse Roma-Milano. La città ci prova, ce la mette tutta, ma fare tappa lì è come fermarsi in un autogrill per mangiare una rustichella mentre da altre parti ti aspettano piatti gourmet preparati da chef stellatissimi. Poi gli organizzatori, che fin dall’inizio di quest’avventura, cinque anni fa, hanno fatto leva a piene mani sul concetto di ritorno di Torino come capitale dell’auto, su culla dell’automobile eccetera, per poi smontare tutto e andarsene appena qualcuno ha rilanciato offrendo magari più denari, più spazio e più visibilità. È un attimo: da Parco Valentino a Parco Sempione.

Terzo, la Appendino, che se non fosse sindaco di Torino farebbe ormai quasi tenerezza: ha detto no alle olimpiadi invernali, e la coppia Milano-Cortina l’ha spuntata spernacchiando la sua offerta di mettere a disposizione gli impianti del 2006. E dopo aver messo al caldo almeno le finali mondiali del tennis, si vede sfilare un evento a cui ha sempre dato appoggio e presenza, sfilando di persona per i viali del Valentino per dare il benvenuto a tutti. C'è di mezzo anche il suo vice, Guido Montanari, che ha addirittura mandato i vigili a multare gli organizzatori dichiarando trionfante che se fosse per lui, nemmeno ai risciò avrebbe aperto il Valentino.

E Chiara, a quanto trapela, pare stia addirittura meditando le dimissioni, mentre in città è annunciato l’arrivo di Di Maio. Un vero torinese mancato.

L'EDITORIALE