Morire di felicità

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Stefano Leo quella mattina sorrideva, magari aveva letto un sms, o finito una telefonata con qualcuno che l’aveva messo di buon umore. Capita, in questi anni sempre meno, ma ancora capita. Sulla sua strada quella mattina c’era Said Machaouat, che da sorridere nella sua esistenza non trovava più nulla, e aveva finito per odiare chi invece aveva preso quel giorno come uno dei tanti di una vita in costruzione che prometteva bene. A togliere per sempre il sorriso a Stefano è stato un fendente alla gola: è morto sulle rive del Po, ai Murazzi di Torino, nel giro di una manciata di secondi, senza capire il perché. Lo stesso dubbio che resta a tutti noi: Stefano Leo se n’è andato per mano di qualcuno che voleva soltanto togliergli dal volto quella scintilla di serenità, per rovinargli la vita e iniettare dolore nelle vene di chi gli voleva bene, per il resto dei suoi giorni. Sappiamo tutti che si può morire per tante ragioni, la morte è lì che aspetta, paziente: guerre, attentati, incidenti, disgrazie, è l’incertezza dell’esistenza. Si può morire di tutto, ma non per troppa felicità. Quello non riusciamo a mandarlo giù, è troppo. C’è una frase dello scrittore inglese Graham Green, che sembra l’unica possibile in queste ore: “Siamo tutti rassegnati alla morte, è alla vita che non riusciamo a rassegnarci”.

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