No Tav, la marcia flop e la Festa dell'Infelicità

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I No Tav, anzi gli autonomi del centro sociale Askatasuna che costituiscono ormai la sola guida politica dopo il tradimento grillino, nel giorno in cui il governo dà il via libera agli appalti, annunciano trionfalmente di avere vinto o quasi. Ma la marcia contro il cantiere è stata un vero drammatico flop, con 6, 7 mila attivisti contro i 100 mila annunciati (avete letto bene: 100 mila), mentre il vertice del movimento, guardandosi alle spalle, s’è trovato ormai del tutto solo, isolato e dimenticato. Alberto Perino, il portavoce storico, con la sua celebre vocetta in falsetto, aveva ammonito le sue truppe cenciose, novello Pancho Villa: “Se volerà una sola pietra, sarà un regalo a Salvini…”. Di pietre, con conseguenti denunce, ne sono volate centinaia dimostrando sul campo qual’è il livello di stima e autorevolezza di cui gode attualmente l’ex bancario di Condove che si crede una specie di rivoluzionario, tipo Ghandi o Mazzini ma sempre più simile a Tartarino di Tarascona, il personaggio di Daudet con i suoi frustrati cacciatori di cappelli poichè la selvaggina era sparita. Una manifestazione in tono minore, una marcia funebre per i deliri di una minoranza violenta e ricattatrice; lo Stato, cioè noi, per impedire che le frange antagoniste di mezzo mondo trasformassero il cantiere negli anni in un campo di battaglia ha speso sino ad oggi 146 milioni di euro, più di quanto è costato l’inizio dei lavori. Dedicare a questi soggetti lo spazio che gli hanno concesso i media mainstream ci pare inutile e per certi versi ridicolo. L’inutile “Festa della felicità” No Tav, con tanto di cronache entusiastiche, s’è mestamente conclusa tra nubifragi, il fumo delle salamelle, montagne di rifiuti, le vecchie note della PFM e la solita esibizione del povero Finardi, prigioniero da 40 anni del suo personaggio “di sinistra”. E qualche pusher invece soddisfatto per qualche buon affare, tra un concerto e uno slogan.

L'EDITORIALE