Noi siamo vicini al carabiniere ucciso a Roma, basta con il fango

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I 27 mila lettori (in edicola) del Fatto Quotidiano, che magari erano già stanchi del grillismo acrobatico in stile parkour del direttore Travaglio (tanto per esempio, alla festa No Tav, per giustificare il sì alla Tav del governo e per non definirli “traditori”, li ha descritti, con un triplo salto mortale in avvitamento, in pratica come dei sempliciotti per non dire deficienti), con il pezzo di Massimo Fini sulla morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso a 34 anni da un teen ager americano con il coltello dei marines, avranno un motivo in più per essere molto ma molto perplessi. Fini scrive che il carabiniere, i cui funerali si sono celebrati lunedì, era un “incapace” e altro che “eroe”. “Incapace” perché non aveva con sé la pistola. Poi si dedica al collega, Arturo Varriale, reo di non essere riuscito a salvarlo perché lottava con il complice dell’assassino. E si chiede: in che mani siamo finiti. L’inchiesta non ha ancora dato una ricostruzione definitiva e già arriva il giudizio de "Il Fatto Quotdiano" ma noi siamo certi di una cosa. Siamo vicini a Mario, alla sua famiglia, alla sua sposa; vicini all’uomo che era, vicini a come in 15 anni di servizio aveva interpretato il ruolo e la vita di un carabiniere. I giudizi di Fini sono le specchio di un triste squallore, d una volgarità senza confine. Anche noi ci chiediamo in che mani sono finiti alcuni - non tutti per fortuna - media, colonizzati da odiatori mono-maniacali, da gente che ha non ha rispetto per niente e per nessuno, che se la prende con i figli o con i padri di chi vuole perseguitare. Povera Italia, il peggio deve ancora venire.

L'EDITORIALE