Quello che le borse non dicono

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Per quanto un insuccesso completo, il matrimonio sfumato fra FCA e il gruppo Renault ha un senso, se guardato con occhi diversi. C’è la presenza di uno Stato, quello francese, che al contrario di altri non si limita a sentirsi perennemente in campagna elettorale, ma c’è, è presente, e fa sentire la propria voce. L’Eliseo, che per il 15% possiede il marchio automobilistico, ha dato corpo al proprio peso alzando l’asticella: sede operativa del neonato gruppo a Parigi, certezze sull’occupazione e sugli impianti, un posto nel consiglio di amministrazione. Non è solo una questione di soldi, è soprattutto un segno che a certi livelli, quando in ballo ci sono migliaia di posti di lavoro, serve una cabina di regia in grado di frenare o spingere i signori dell’automobile, in genere poco attenti alle maestranze e più alle spettanze. Dall’Italia un colpevole silenzio, coperto dal vago “stiamo monitorando la situazione”, che più o meno significa “fateci sapere com’è andata a finire, e in bocca al lupo”. E ancora una volta, da poveri italiani giallo-verdi, non possiamo che provare invidia, prendendo atto che ci sono angoli del mondo in cui ognuno fa la propria parte, e la politica è come la famiglia degli “Invincibili”, che entra in azione quando potrebbe palesarsi un problema. Da noi di invincibili non ce ne sono, ma in compenso abbiamo quasi 60 milioni di vinti.

L'EDITORIALE