Abbiamo fatto eleggere Trump, e potrebbe accadere di nuovo

| In una nota interna, un top manager di Facebook si dice convinto che la piattaforma potrebbe essere responsabile della rielezione del presidente Trump, così come ha fatto in quelle del 2016

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Nella nota inviata ai colleghi, il vicepresidente di Facebook Andrew Bosworth ha ammesso che l’uso degli strumenti pubblicitari di Facebook nella campagna elettorale di Trump hanno reso possibile la sua vittoria alle presidenziali del 2016. La piattaforma pubblicitaria, ha aggiunto, “potrebbe portare allo stesso risultato” anche quest’anno.

“Come liberale impegnato mi trovo a desiderare disperatamente di tirare qualsiasi leva a mia disposizione per evitare che si ripeta lo stesso risultato - continua Bosworth – e per quanto sia allettante usare gli strumenti a nostra disposizione per cambiare gli esisti delle elezioni, sono fiducioso che non dovremo mai farlo o diventeremo ciò che temiamo”.

Il promemoria è stato riportato dal “New York Times”: poco dopo, Bosworth ha postato il testo del pro-memoria sul suo profilo di Facebook, aggiungendo che “non era stato scritto con l’intento di diventare pubblico”.

Bosworth, dirigente di Facebook di lunga data e confidente del CEO Mark Zuckerberg, ha usato il memo per spiegare perché Facebook è più simile allo zucchero che alla nicotina ed è in grado di offrire un’analisi sull’impatto reale avuto nelle elezioni del 2016.

“È stato Facebook il responsabile dell’elezione di Donald Trump? Penso che la risposta sia sì, ma non per le ragioni che tutti pensano: Trump non è stato eletto grazie alle interferenze della Russia, della disinformazione o di Cambridge Analytica. È stato eletto perché ha gestito la migliore campagna pubblicitaria digitale che abbia mai visto. Punto”.

Secondo Bosworth, Donald Trump e Brad Parscale, direttore digitale della campagna di Trump del 2016 e ora responsabile della prossima, hanno fatto “un lavoro incredibile”. “Non facevano disinformazione o imbrogli. Non miravano al microtargeting e neanche dicevano cose diverse a persone diverse. Hanno solo usato gli strumenti che avevamo a disposizione per mostrare il giusto messaggio ad ogni persona”. Ma il dirigente ha usato anche parole taglienti per la società di analisi dei dati al centro del più grande scandalo di Facebook: Cambridge Analytica, definita un’accolita dei moderni “venditori di olio di serpente”.

“Quello che mi aspetto che la gente scopra è che gli algoritmi espongono e analizzano i desideri dell’umanità, nel bene e nel male”. Ma ha anche ammesso che vedere contenuti di persone con cui non si è d’accordo sia un processo sottile, in grado di cambiare le convinzioni di chiunque. Un effetto che ricorda la massima pronunciata da Richard Robinson, vice presidente di Cambridge Analytica: “Convincere qualcuno a votare per un partito non è molto diverso dal convincerlo a cambiare dentifricio”.

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