Il rischio dei “preprint” nell’era di COVID-19

| Gli archivi on-line dove i ricercatori condividono i loro lavori esistono da anni, ma solo recentemente contengono ricerche mediche. E sarebbe opportuno che i media evitassero di diffondere questi studi come se fossero definitivi

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Alcuni giorni fa, il sito “Journalist’s Resource” della “Harvard Kennedy School” (Stati Uniti) ha pubblicato una breve guida indirizzata al mondo del giornalismo e dell’informazione con indicazioni precise su come muoversi tra la mole di ricerche scientifiche sul COVID-19 avviate in questo periodo, molte con risultati anche contrastanti tra loro. Il sito dedica molto spazio ai cosiddetti “preprint”, quegli studi pubblicati dagli autori senza che ne sia stata verificata l’attendibilità da ricercatori terzi e indipendenti (la peer-review).

Nelle ultime settimane centinaia di nuove ricerche e di rapporti clinici hanno messo in evidenza – oltre alle gravi polmoniti e sindromi respiratorie acute – numerosi altri effetti indesiderati che può provocare il coronavirus. A parlarne dettagliatamente in Italia è stato il sito “Post” che ha spiegato come il coronavirus possa causare danni al cervello, alla circolazione periferica, al cuore e ai reni, molti di più di quanto inizialmente congetturassero ricercatori e medici.

Secondo i più recenti preprint, sembra che COVID-19 riesca a trovare un habitat confacente nelle alte vie respiratorie, dove si “aggrappa” alle membrane cellulari ricche di ACE2 (enzima 2 convertitore dell’angiotensina) che regola l’osmosi delle cellule presenti in numerosi tessuti del nostro organismo: il coronavirus inietta il proprio materiale genetico (RNA) nella cellula e la sfrutta per replicarsi – con nuove copie che infetteranno in seguito altre cellule – senza che l’ACE2 si renda conto del pericolo.

A questo punto dovrebbe entrare in funzione il nostro sistema immunitario. Qualora fallisse, il coronavirus invade il corpo umano e provoca polmoniti, che possono essere letali, e gravi rischi per il sistema cardiocircolatorio. COVID-19 causa danni al cuore e fa aumentare il rischio di coaguli di sangue che si formano nei vasi sanguigni a causa dell’infiammazione. I coaguli possono provocare embolie polmonari mortali e, se raggiungono il cervello, danni permanenti.

Al momento, spiega il Post, le informazioni su questi effetti non sono ancora certi e non è chiaro se il coronavirus attacchi anche i reni, ma sembra di sì, vista l’alta percentuale di pazienti con insufficienze renali. Alcuni ricercatori ritengono che le cause potrebbero essere l’assunzione di farmaci molto potenti che rallentano la replicazione del virus e l’intubazione, che provoca stress all’organismo.

Sempre secondo i preprint, parrebbe che le infiammazioni patite dai malati riducano l’ampiezza dei vasi sanguigni con casi di ischemia a piedi e mani, e la cattiva circolazione del sangue in queste zone sia causa di gonfiori e dolori alle dita, con danni permanenti nei casi più gravi. Sono stati segnalati anche danni all’apparato digerente e agli occhi.

Naturalmente le tesi avanzate dagli studiosi in questa fase della pandemia non possono essere definitive, saranno necessari anni prima di fare chiarezza sui reali effetti di COVID-19 sul nostro organismo. Tuttavia, la condivisione a livello mondiale delle differenti teorie in modo tempestivo è essenziale per il costante aggiornamento delle terapie in modo da ridurre i rischi e alleviare le sofferenze dei pazienti.

Sono ormai parecchi anni che esistono archivi on-line dove i ricercatori condividono i loro preprint. I primi furono gli studi di fisica, matematica e scienze sociali, materie ritenute senza rischi qualora le informazioni pubblicate fossero state errate o da aggiornare. Gli elaborati medici rimasero per lungo tempo esclusi da queste raccolte in quanto sarebbe stato inopportuno diffondere informazioni che avrebbero influenzato il lavoro dei medici e la salute dei pazienti prima di accurate verifiche. Negli ultimi anni con l’arrivo nel 2013 dell’archivio online bioRxiv (“bio-archive”) e a metà del 2019 di medRxiv (“med-archive”) le cose sono cambiate e con la pandemia in corso nelle ultime settimane su entrambi gli archivi sono state pubblicate centinaia di ricerche sul coronavirus.

In questo modo la comunità scientifica internazionale ha avuto una quantità di materiale senza precedenti su cui studiare ed elaborare teorie e cure già in questa prima fase della pandemia. Al contrario di quando esplose la SARS e oltre il 90% degli articoli scientifici fu pubblicato al termine dell’epidemia.

Poter pubblicare in tempi brevi è importante per la ricerca e anche per gli autori, che così si assicurano una visibilità e una importanza maggiore: la pubblicazione su una rivista scientifica richiede mesi con un processo di revisione lunghissimo. Invece, medRxiv e bioRxiv hanno un ciclo di verifiche minimo, che comprende riscontri per evitare il plagio, contenuti offensivi e informazioni palesemente dannose per la salute pubblica. Al contrario non sono valutati i metodi utilizzati per realizzare la ricerca, né le conclusioni e la qualità generale.

Per questi motivi, sarebbe opportuno che le dichiarazioni contenute nei preprint non fossero divulgate dai media come definitive e certe ma come preliminari. E sarebbe altrettanto opportuno che, nel citare le fonti degli articoli, i giornalisti spiegassero che si tratta di notizie ricavate da questo tipo di pubblicazione, evitando disinformazione e false speranze. Un indubbio vantaggio dei preprint è la possibilità di avere riscontri in tempi brevi da altri studiosi, e da quando esistono i social network questo processo è diventato ancora più rapido, con responsi praticamente in tempo reale. Non sono pochi i casi in cui diverse scuole di pensiero si attaccano con veemenza, qualche volta diversi ricercatori uniscono le forze e in pochi casi – solo un paio sulle centinaia di ricerche pubblicate su COVID-19 da bioRxiv – i lavori sono stati ritirati.

In conclusione, durante un’emergenza sanitaria come l’attuale, i preprint sono importanti per comprendere velocemente in che direzione va la ricerca, permettendo risposte più rapide. Deve però essere chiaro che i canali di comunicazione non possono “urlare” i risultati di ogni nuova pubblicazione come se fosse la risposta definitiva alla pandemia.

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