Julian Assange, accusato di verità

| Un giornalista australiano ha incontrato il fondatore di WikiLeaks nei piccoli spazi che gli sono concessi nell’ambasciata dell’Ecuador. E svela perché tanti lo vorrebbero morto

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Il giornalista australiano John Pilger, nel 2010, insieme ad altre quattro personalità del mondo del cinema e del giornalismo, si è offerto come garante per la richiesta di libertà di Julian Assange, il fondatore di “WikiLeaks”, dal 2012 rifugiato presso l’ambasciata dell’Ecuador di Londra con lo status di asilo politico.

Di recente, Pilger è riuscito ad incontrare Assange nei pochi spazi che gli sono concessi all’interno dell’ambasciata, nel centro di Londra, a pochi passi dai grandi magazzini “Harrods” e da Hyde Park. Ha raccontato il suo incontro sulle pagine dell’Indipendent Australia.

“Julian Assange ci accoglie in una stanza che conosce fin troppo bene: una scrivania spoglia e immagini dell’Ecuador alle pareti, una libreria, le tende alle finestre tirate stentano a far passare la luce naturale, l’aria è ferma, rarefatta. È la stanza 101. Prima di entrare bisogna consegnare il passaporto e il telefono, tutto quello che c’è nelle tasche e nelle borse viene ispezionato con cura, anche il cibo: se non ci sono problemi viene concesso un tempo preciso. Quando scade, una guardia entra e invita ad uscire: “Il tempo è finito”.

L’uomo che controlla la stanza 101 è seduto in quella che sembra una vecchia cabina telefonica, guarda uno schermo senza mai distogliere lo sguardo da Julian. Ma è solo il più visibile: ci sono molti altri agenti nascosti che guardano e ascoltano ogni cosa. Le telecamere sono ovunque, per evitarli, Julian ci guida in un angolo, a testa in giù contro il muro. 

Ma quella volta era la vigilia di Capodanno, e mi sono stati concessi 30 minuti in più. Naturalmente, la stanza 101 è quella del romanzo profetico di George Orwell “1984”, dove la “Thought Police” guardava e tormentava i prigionieri fino a quando la gente si arrese ai loro principi e obbedì al Grande Fratello.

Julian Assange non obbedirà mai al Grande Fratello. La sua resistenza e il suo coraggio sono sorprendenti, anche se la sua salute fisica fatica a tenere il passo. Julian è un illustre australiano che ha cambiato la percezione del mondo verso quello che i governi raccontano e quello che in realtà fanno. Per questo è un rifugiato politico, sottoposto a quella che le Nazioni Unite definiscono “detenzione arbitraria”.

Le Nazioni Unite dicono che ha il diritto di libero passaggio, ma non è vero. Avrebbe diritto a cure mediche senza timore di essere arrestato, ma anche questo è negato, avrebbe diritto a un risarcimento, ma non è così.

Come fondatore e redattore di “WikiLeaks”, il suo crimine è stato quello di dare un senso ai tempi bui. WikiLeaks è una registrazione impeccabile di precisione e autenticità che nessun giornale, nessun canale televisivo, nessuna stazione radio, nessuna BBC, nessun New York Times, nessun Washington Post, nessun Guardian potrà mai eguagliare.

La settimana scorsa, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che il governo britannico non ha alcun potere legale sugli abitanti delle isole Chagos che, negli anni ‘60 e ‘70, sono stati espulsi in segreto dalla loro patria e mandati in esilio. Decine di bambini morirono, molti dei quali di tristezza. Fu un crimine epico di cui pochi erano a conoscenza.

Per quasi 50 anni, gli inglesi hanno negato agli isolani il diritto di tornare in patria, che nel frattempo avevano consegnato agli americani per una base militare importante. Nel 2009, il Ministero degli Esteri britannico ha creato una “riserva marina” intorno all’arcipelago di Chagos.

Questa toccante preoccupazione verso l’ambiente è stata svelata: era un trucco che WikiLeaks ha smascherato pubblicando un messaggio segreto del governo britannico che rassicurava gli americani: “...gli ex abitanti avrebbero difficoltà a perseguire la loro richiesta di reinsediamento sulle isole se l’intero arcipelago di Chagos fosse dichiarato una riserva marina”.

La verità del complotto ha chiaramente influenzato la decisione epocale della Corte internazionale di giustizia. WikiLeaks ha anche rivelato come gli Stati Uniti spiino costantemente i loro alleati, o come la CIA può controllare chi vuole attraverso l’iPhone, come il candidato presidenziale Hillary Clinton ha preso grandi somme di denaro da Wall Street per discorsi segreti che rassicuravano i banchieri che se fosse stata eletta sarebbe stata loro amica.

Nel 2016, WikiLeaks ha rivelato una connessione diretta tra Clinton e il jihadismo organizzato in Medio Oriente. Una e-mail ha rivelato che quando la Clinton era segretario di Stato americano, sapeva che l’Arabia Saudita e il Qatar stavano finanziando lo Stato islamico, eppure ha accettato enormi donazioni per la sua fondazione da entrambi i governi. Ha poi approvato la più grande vendita di armi del mondo ai suoi benefattori sauditi, armi che vengono attualmente usate contro la popolazione dello Yemen. Questo spiega per Julian Assange perché viene punito.

WikiLeaks ha anche pubblicato più di 800.000 file segreti russi, inclusi diversi del Cremlino, che raccontano delle macchinazioni del potere in quel paese e delle isteriche speculazioni della pantomima russa a Washington.

Questo è giornalismo reale, un giornalismo di un tipo ormai considerato esotico. È l’antitesi del giornalismo “vichy”, che prende il nome dal governo vichy che ha occupato la Francia a nome dei nazisti. Il giornalismo vichy è censura per omissione, come l’incalcolabile scandalo della collusione tra i governi australiano e americano per negare a Julian Assange i suoi diritti e metterlo a tacere.

Nel 2010, il primo ministro Julia Gillard si è spinto fino a ordinare alla polizia federale australiana di indagare e perseguire Assange e WikiLeaks, fino a quando l’Australian Federal Police non le ha comunicato che non esisteva alcun crimine sul capo di Assange.

Recentemente, il “Sydney Morning Herald” ha pubblicato un sontuoso supplemento che promuove una celebrazione di #MeToo alla “Sydney Opera House”: tra i principali partecipanti c’è il Ministro degli Affari Esteri, Julie Bishop, di recente andata in pensione. In tanti dimenticano che prima di entrare in politica, Julie Bishop era uno degli avvocati di James Hardie, ricchissimo proprietario di miniere di amianto che combatteva le rivendicazioni degli uomini e delle loro famiglie che a decine sono morti con i polmoni neri. L’avvocato Peter Gordon ricorda la Bishop: “....chiedeva polemicamente alla corte perché i lavoratori dovrebbero avere il diritto di saltare le code in tribunale solo perché stavano morendo”. E forse stava solo agendo su precise indicazioni quando l’anno scorso è volata a Londra e Washington con il capo di stato maggiore, il quale aveva assicurato che il ministro degli esteri australiano avrebbe sollevato il caso di Julian Assange e iniziato il processo diplomatico per riportarlo a casa.

Il padre di Julian aveva scritto una lettera commovente all’allora primo ministro, Malcolm Turnbull, chiedendo al governo di intervenire diplomaticamente per liberare suo figlio. Julie Bishop ebbe tutte le opportunità nel Regno Unito e negli Stati Uniti di presentare una soluzione diplomatica che avrebbe riportato Julian a casa. Ma questo richiedeva l’orgoglioso coraggio di rappresentare uno Stato sovrano e indipendente, non un vassallo. Ma non ha fatto alcun tentativo di contraddire il ministro degli esteri britannico, Jeremy Hunt, quando ha detto oltraggiosamente che Julian “ha affrontato gravi accuse”. Quali accuse? Non ci sono state accuse.

Il ministro degli Esteri australiano ha abbandonato il suo dovere di parlare a nome di un cittadino australiano, perseguito per nulla, accusato di nulla, colpevole di nulla.

A quelle femministe che si fanno beffe di Julie Bishop, una falsa icona, bisognerebbe ricordare il suo ruolo nel colludere con le forze straniere per punire una giornalista australiana, il cui lavoro ha rivelato che il militarismo ha distrutto la vita di milioni di donne comuni in molti paesi? Solo in Iraq, l’invasione guidata dagli Stati Uniti di quel paese, a cui l’Australia ha partecipato, ha lasciato 700.000 vedove.

Il rifiuto del Dipartimento degli Affari Esteri di Canberra di onorare la dichiarazione delle Nazioni Unite dimostrando che Julian è vittima di “detenzione arbitraria” e ha diritto alla sua libertà, è una vergognosa violazione della lettera e dello spirito del diritto internazionale. Perché il governo australiano non ha fatto alcun serio tentativo di liberare Assange? Perché Julie Bishop si è piegata alla volontà di due potenze straniere? Perché questa democrazia è tradotta dai suoi rapporti servili e integrata con una potenza straniera senza legge?

La persecuzione di Julian Assange è la conquista di tutti noi: della nostra indipendenza, del nostro rispetto di noi stessi, del nostro intelletto, della nostra compassione, della nostra politica, della nostra cultura”.

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