Suicidio Flack: il Regno Unito dilaniato dalle polemiche

| La tragica fine dell’ex conduttrice di “Love Island” ha scatenato accuse durissime contro i tabloid inglesi, definiti spietati e cinici, ma anche contro l’industria dell’oltraggio tipica dei social

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Neanche con la morte, Caroline Flack ha trovato la pace. La tragica fine della popolare conduttrice inglese ha scatenato nel Regno Unito un mare di polemiche e accuse contro i feroci media anglosassoni, ancora una volta accusati quasi di “istigazione al suicidio”.

La Flack, quarantenne ex conduttrice del reality show di enorme successo “Love Island”, è morta suicida nel suo appartamento nel nord-est di Londra la sera di San Valentino, mentre era in attesa del processo per violenza privata ai danni del suo ex fidanzato.

Subito dopo i social media, la stampa britannica e il “Crown Prosecution Service” sono finiti sotto accusa per l’infamante trattamento riservato alla star, mentre numerose altre celebrità sono state attaccate per ipocrisia e la classe politica si è spinta fino a ipotizzare una riforma del potere e degli ambiti dei media.

In pratica, lo stesso ciclo mediatico che aveva contribuito all’ascesa di Caroline Flack, negli ultimi mesi ha provveduto a massacrarla senza pietà: molti, come il “The Sun”, hanno tentato di cancellare gli articoli poco lusinghieri che la riguardavano, rimediando l’ennesima brutta figura.

Ciò che è chiaro è che i riflessi della morte improvvisa della star, da lungo tempo obiettivo prediletto della stampa britannica, hanno sollevato forti dubbi sulla cattiveria di alcuni tabloid, che quando inquadrano una vittima sembrano non siano soddisfatti fino alla totale distruzione.

“Quando sperimentiamo una perdita tragica, spesso ci guardiamo intorno in cerca di qualcuno verso cui puntare il dito - ha commentato Honey Langcaster-James, una psicologa televisiva consulente di diversi spettacoli - quando qualcuno muore in queste circostanze ci consumiamo chiedendoci il perché, e soprattutto cosa si sarebbe potuto fare per evitarlo”.

Nella morte, come nella vita, il fascino di Caroline Flack ha dato origine a molte speculazioni, e adesso sta gettando una luce inquietante sull’implacabile industria dal fango che ha contribuito all’ascesa di tanti volti noti per poi ridurli in polvere. La carriera della Flack è stata stimolata, almeno in parte, da un ecosistema mediatico che è estremamente veloce a individuare vincitori e vinti. E Caroline era un nome vincente: dopo aver condotto “Strictly Come Dancing”, uno degli spettacoli più popolari in Gran Bretagna, ha diretto un altro successo clamoroso: “Love Island”. Ma quello stesso ambiente ha fatto sì che la vita privata della star fosse amplificata tanto quanto la sua carriera: è stata aspramente criticata per il flirt con il diciassettenne Harry Styles quando lei aveva 31 anni, e di recente, i dettagli della presunta aggressione a dicembre contro l’ex partner, Lewis Burton, sono stati pane quotidiano per i tabloid, che all’argomento hanno dedicato pagine intere.

“Ha vissuto ogni passaggio della sua esistenza sotto lo sguardo attento dei media”, è il commento di Laura Whitmore, amica della Flack e sua sostituta alla conduzione di “Love Island”: “Alla stampa che demonizza e distrugge voglio mandare un solo messaggio: ne abbiamo abbastanza”.

Nel frattempo, il dibattito di è alzato di livello, con commentatori e politici nei salotti televisivi si chiedono se i livelli di controllo dei media siano ormai necessari: in realtà è una vecchia questione finora rimasta senza risposta, che la morte di Caroline Flack ha riaperto come una ferita che fa male.

“Non possiamo che guardare con favore alla protesta dell’opinione pubblica: quello che è successo a Caroline Flack accadrà ancora ad altri soggetti vulnerabili, fino a quando il governo non prenderà posizione”, ha tuonato Nathan Sparkes, direttore politico del gruppo “Hacked Off”. “Stiamo parlando di una minoranza di giornalisti per cui c’è davvero bisogno di una qualche forma di responsabilità, oppure non possiamo che aspettarci altre vittime come Caroline”.

Una petizione online che finora ha raccolto più di 200mila firme chiede l’istituzione della “Legge Flack”, una revisione completa sul potere, la libertà, il cinismo, la cattiveria e la spregiudicatezza di certi media. Ma il passo a minacciare la libertà di stampa è sottilissimo, e l’argomento diventa spinoso assai, perché può avere ripercussioni internazionali molto pesanti per l’intero Regno Unito, uno dei baluardi della democrazia.

Il consulente per la legge sui media David Banks ha messo in guardia contro il tentativo di incolpare i tabloid per la morte della Flack: “Nella mia esperienza, fatta di 32 anni di mestiere, attribuire la sua morte a qualcuno è un grave errore. Nella sua vita sono successe diverse cose di cui grazie ai media sappiamo un po’ di più: l’imminente processo per aggressione, la sua relazione con il fidanzato, il suo allontanamento come presentatore da Love Island. Ma sono convinto che ci siano altre cose, di cui non sappiamo assolutamente nulla, che sicuramente hanno contribuito a ciò che è successo”. 

L’ossessiva copertura mediatica riservata alle celebrità non è una novità in Gran Bretagna, un Paese i cui tabloid sono noti per la loro incessante e incrollabile ricerca di scandali. Ma sui social media e per le strade, la dissezione a cui era sottoposta Caroline Flack era spesso ancora più dura: lei stessa aveva più volte parlato delle difficoltà di vivere sotto lo sguardo costante del pubblico. “La gente dice che bisogna accettare questo tipo di giudizio perché si lavora in televisione: davvero? E perché? Chi lo dice?”, scriveva nel 2015 nella sua autobiografia.

Secondo Honey Langcaster-James, che aiuta i personaggi televisivi ad affrontare gli abusi online, i social media hanno la loro parte di colpa: “Ripetiamo sempre lo stesso concetto: i social media hanno peggiorato molto i rapporti sociali, ma hanno minato in modo drammatico l’esistenza delle celebrità. Il pubblico non sempre si accorge se qualcuno sta combattendo una battaglia, pubblica o privata che sia, vede solo un’immagine artefatta di un’esistenza. Risultato: per molte celebrità è difficile essere onesti su come si sentono, perché questo può influire sulle loro carriere: in tanti ci ripetono ‘non voglio che la produzione sappia che sono in difficoltà’”.

Mentre numerosi volti noti dello star-system inviavano messaggi di condoglianze, alcuni - come il conduttore televisivo Piers Morgan - sono stati accusati pesantemente di ipocrisia e condannati per i tweet lanciati in precedenza. La stessa rete “ITV” è stata messa sotto esame, con i notiziari che sottolineano che la Flack è la terza persona associata a “Love Island” a togliersi la vita.

Per finire con il “Crown Prosecution Service”, l’agenzia per la giustizia penale che ha deciso di portare in tribunale il caso di aggressione della Flack, presa di mira dal management della presentatrice che l’ha accusata di perseguire un “processo-spettacolo” nonostante il suo fidanzato non avesse inizialmente alcuna intenzione di sporgere denuncia.

Il pezzo finale del puzzle che circonda la morte di Flack è il futuro del programma: “Love Island” è stato cancellato dai palinsesti televisivi del sabato e della domenica sera, ma è programmato per una puntata in cui renderà omaggio a Caroline Flack. Ciononostante, il resto della serie, che termina la prossima settimana, si avvia a conclusione sotto una pesante nuvola di incertezze. Un ex concorrente, Eyal Booker, ha affermato che si tratta di uno spettacolo architettato per incoraggiare la cultura del giudizio: diversi concorrenti hanno provato di persona l’ira dei social per alcune scelte, al punto che uno di loro, Joe Garratt, è stato messo sotto scorta dopo essere uscito dal reality perché minacciato di morte.

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