Jamal Khashoggi, un anno di silenzi

| Un anno fa, il giornalista saudita del Washington Post svaniva nel nulla. Inchieste, accuse, sospetti e prove non hanno portato a nulla. Per le grandi potenze mondiali, probabilmente il caso è chiuso

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Alle 13:14 di un anno fa, il 2 ottobre 2018, il giornalista saudita Jamal Khashoggi entra nel consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul: deve ritirare alcuni documenti richiesti una settimana prima, che comprovino il suo divorzio, per potersi risposare. Ma Khashoggi non si fida dei suoi connazionali: la fidanzata Hatice Cengiz, che lo aspetta fuori, ha l’ordine di aspettarlo per un massimo di quattro ore, per poi dare l’allarme. Va esattamente così: quando gli uffici del consolato chiudono, la donna lancia l’allarme. Del giornalista dissidente, una delle voci più critiche verso il regno e la figura di Mohammad bin Salman, il principe erede al trono, non si saprà più nulla: il sospetto, che si fa strada già poche ore dopo la scomparsa, è che Khashoggi sia stato torturato, ucciso e il suo corpo smembrato e trasportato verso l’abitazione del console generale, dove tutto il personale interno aveva ricevuto un giorno di permesso. Meno di un’ora dopo, due jet privati sauditi arrivati in Turchia un paio di giorni prima ripartono con destinazione Riad: a bordo 15 persone fra ufficiali delle forze speciale, funzionari dell’intelligence e un medico legale.

È l’inizio di una lunga e sfibrante serie di accuse reciproche, condite da rivelazioni, intercettazioni e fascicoli d’inchiesta a più livelli, compresa una ordinata dalle Nazioni Unite, che però non portano a nulla, se non a concentrare i sospetti contro l’Arabia Saudita e la discutibile figura di MbS, su cui si concentrano prove “credibili e sufficienti” di un’esecuzione premeditata. Il principe considerava Khashoggi una spina nel fianco, una voce che dalle pagine del Washington Post minava il tentativo di spacciare l’immagine dell’Arabia Saudita per un paese riformista, progressista e moderno. Più volte, parlando ai suoi collaboratori, MbS aveva raccontato di avere in serbo “una pallottola” se non fosse riuscito a riportare Khashoggi in patria.

Riad ha sempre negato con forza il coinvolgimento nel presunto omicidio, salvo poi fare parziale marcia indietro ammettendo l’esistenza di “un’operazione non autorizzata”. Sentendo le pressioni della comunità internazionale, pochi giorni fa MbS si è assunto pubblicamente la “piena responsabilità dell’omicidio”, anche se con la premessa che “è stato commesso da individui che lavoravano per il governo saudita”.

Da quelle ore convulse è passato un anno esatto, e la morte di Jamal Khashoggi resta avvolta nel mistero più assoluto: nessun colpevole, e nessuna traccia del corpo. Qualche giorno fa, a poche ore dal primo anniversario della scomparsa, Hatice Cengiz, la ricercatrice turca che il giornalista voleva sposare, ha rilasciato un’intervista in cui lancia accuse pesanti: “Voglio sapere chi ha dato l’ordine di ucciderlo. E anche perché i leader mondiali non hanno agito contro i responsabili”. I motivi li sa anche lei: il desiderio di giustizia ha impattato contro un’enorme rete di affari e interessi economici e rapporti geopolitici. Denaro, tanto.

“Malgrado i risultati delle indagini e del rapporto delle Nazioni Unite diretto da Agnes Callamard, non è stato fatto alcun passo avanti da quello che è stato scoperto dai servizi segreti”. Hatice Cengiz ha lasciato la Turchia, si è trasferita a Londra, e del suo Jamal ha parlato anche davanti al Congresso americano. Alla solidarietà del mondo intero, sottolinea, è mancata quella di Trump, che non ha ritenuto necessario riceverla.

“Quel giorno, Jamal mi ha detto: aspettami qui, ci vediamo fra poco. Non sapeva che sarebbero state le sue ultime parole. Con lui ho trascorso i giorni più belli della mia vita, e mi considero fortunata per averlo conosciuto”.

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