Le ultime parole di Jamal Khashoggi

| La drammatica trascrizione di una registrazione effettuata il 2 ottobre scorso nell’ambasciata saudita di Istanbul racconta i passaggi di un piano premeditato. Anche se manca ancora una prova che inchiodi Mohammed bin Salman

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Di Germano Longo
“Non riesco a respirare”: sono le ultime parole pronunciate da Jamal Khashoggi dopo che, secondo una fonte informata sulle indagini sull’uccisione del giornalista del Washington Post, una squadra saudita di sicari lo ha ucciso nel consolato di Istanbul.

La fonte, che ha letto una trascrizione tradotta da una registrazione audio degli ultimi dolorosi momenti di Khashoggi, ha riferito che appare sempre più chiaro che l’agguato del 2 ottobre non era un tentativo di mediazione finito male, ma la sistematica esecuzione di un piano premeditato per uccidere il giornalista.

Nel corso della scena raccapricciante, la fonte descrive Khashoggi che lotta contro un gruppo di persone intenzionate ad ucciderlo. “Non riesco a respirare”, ripete Khashoggi per tre volte.

La trascrizione annota anche i suoni sinistri del corpo di Khashoggi smembrato da una sega, mentre ai presunti responsabili qualcuno consiglia di ascoltare musica in cuffia per evitare rumori impressionanti.

Secondo la fonte, la trascrizione svela anche una serie di telefonate fatte in quei minuti, per informare qualcuno sui progressi. Secondo i funzionari turchi, si tratterebbe di chiamate verso figure di alto livello a Riyadh.

È comunque il resoconto più completo mai pubblicata della trascrizione sonora di quel giorno. Ed è alquanto probabile che la rivelazione aumenti la pressione sull’amministrazione Trump, che ha scelto di separare il principe ereditario Mohammed bin Salman dall’omicidio, cercando di inquadrare la questione come una scelta tra il sostegno o la chiusura netta verso di un partner chiave in Medio Oriente. Una scelta che ha messo Trump in contrasto con la CIA che, secondo alcune fonti, avrebbe invece concluso che bin Salman ha ordinato personalmente l’omicidio del giornalista. Le rivelazioni minacciano anche di minare un elemento cardine nelle spiegazioni saudite, che finora hanno parlato di un’operazione pacifica finita nel peggiore dei modi.

La trascrizione originale dell’audio è stata preparata e tradotta dai servizi segreti turchi, ma senza rivelare in che modo abbiano ottenuto l’audio. La CNN ha anche chiesto ai funzionari sauditi di commentare il contenuto della trascrizione, ma l’unico commento è stato che “I funzionari competenti in materia di sicurezza hanno esaminato la trascrizione e il materiale su nastro attraverso i canali di sicurezza turchi e non c’è alcun riferimento o indicazione di telefonate. Se esistono informazioni aggiuntive di cui le autorità turche sono a conoscenza, saremmo lieti che ci venissero consegnate per la revisione, che abbiamo richiesto più volte e stiamo ancora attendendo”. Il funzionario ha evitato di commentare la terribile scena all’interno del consolato saudita, né le ultime parole di Khashoggi.

Il nastro inizia nel momento in cui Khashoggi entra nel consolato saudita, in un tranquillo quartiere residenziale di Istanbul, all’ora di pranzo del 2 ottobre. Il giornalista era convinto di aver preso un appuntamento per ritirare dei documenti che gli avrebbero permesso di sposare la fidanzata turca, Hatice Cengiz. Ma, secondo la fonte, Khashoggi capisce quasi immediatamente che le cose prendono una brutta piega, quando riconosce uno degli uomini che incrocia nei corridoio: gli chiede cosa stia facendo lì.

Secondo la fonte della CNN, gli risponde una voce identificata in Maher Abdulaziz Mutreb, ex diplomatico saudita e funzionario dell’intelligence che lavora a stretto contatto con bin Salman, che Khashoggi conosce dal tempo trascorso insieme all’ambasciata saudita a Londra.

“Stai per tornare”, gli dice l’uomo. “Non potete farlo - risponde Khashoggi – c’è gente che mi aspetta fuori”. 

I funzionari sauditi hanno dichiarato che Khashoggi è stato soffocato accidentalmente, ma secondo la trascrizione, la voce del giornalista si sente chiaramente ripetere di non riuscire a respirare.

Quindi la registrazione riporta rumori e voci che si accavallano: una di queste è stata identificata come appartenente al dottor Salah Muhammad al-Tubaiqi, capo dell’istituto di medicina legale presso il Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita. A parte quella di Khashoggi e Mutreb, è l’unica altra voce identificata nella trascrizione.

A quel punto, probabilmente, Khashoggi non è ancora morto. Si sentono rumori sinistri di un film senza dialogo: urla, grida, poi qualcuno dice “sega”, e subito dopo “taglio”. Tubaiqi dispensa consigli ai presenti, per aiutarli ad affrontare il compito spaventoso: “Mettete gli auricolari e ascoltate la musica, come faccio io”.

In quel frangente, la trascrizione annota almeno tre telefonate effettuate da Mutreb: sta aggiornando qualcuno, presumibilmente a Riyadh, “Dite al vostro capo che la cosa è fatta”. L’ipotesi è che Mutreb stesse parlando con Saud al-Qahtani, il collaboratore più vicino a bin Salman, ma i sauditi smentiscono, affermando che al-Qahtani era stato rimosso dal suo ruolo in precedenza.

La trascrizione registra solo la voce di Mutreb, ma senza una registrazione della chiamata o di maggiori dettagli sul numero chiamato, non è possibile trarre ulteriori conclusioni.

È ormai accertato che Mutreb, Tubaiqi e altri 13 sauditi sono arrivati a Istanbul con jet privati e voli commerciali nei giorni precedenti all’assassinio di Khashoggi. I video di sorveglianza turchi registrano i 15 uomini che arrivano al consolato poco prima di Khashoggi e ripartono poche ore dopo. Un maldestro clone di Khashoggi, vestito con i suoi abiti, è inquadrato dalle telecamere a circuito chiuso mentre esce dalla porta sul retro.

Dalla trascrizione della conversazione telefonica appare chiaro che le chiamate non descrivono una situazione andata in tilt, ma al contrario raccontano un piano che procede come previsto.

La trascrizione è relativamente breve, dato l’arco di tempo che descrive: non ci sono molti dialoghi e neanche conferme che Khashoggi sia stato drogato. In pratica, non c’è nulla che indichi la “pistola fumante”, la prova certa che leghi direttamente bin Salman all’omicidio di Khashoggi.

Ma la conclusione certa è comunque che l’uccisione del giornalista sia stato un assassinio pianificato da una squadra che ha svolto il proprio compito con spietata efficienza, tenendo qualcuno a Riyadh informato ad ogni passo.

Sembrano riecheggiare i sentimenti del senatore Lindsey Graham, dopo aver ascoltato la valutazione della CIA sull’uccisione di Khashoggi. Graham, che faceva parte di un gruppo di senatori convocati per un briefing riservato sul caso Khashoggi, ha detto che concordava con le conclusioni dei servizi di sicurezza americani: bin Salman è implicato nel caso. “Non c’è una pistola fumante, ma c’è una sega fumante”.

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