Loujain Alhathloul, l’attivista che non piace a Rhyad

| La giovane, che si è battuta perché le donne saudite potessero votare e guidare, dallo scorso anno è rinchiusa in carcere e regolarmente torturata. A denunciare le condizioni ormai precarie della giovane è stato il fratello Walid

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Loujain Alhathloul, 30 anni, è un’attivista che si batte per i diritti delle donne in Arabia Saudita: se dal 26 settembre 2017 le donne hanno conquistato il diritto di guidare, è grazie a lei e Manal al_Sharif, con cui la giovane ha formato il movimento “Women to drive”. Ma per le sue proteste, Loujain non ha mai avuto vita facile, in un Paese dove le donne non possono accampare molte pretese: nel 2014, sfidando ogni divieto, viene arrestata e detenuta per 73 giorni per aver tentato di attraversare con la sua auto il confine con gli Emirati Arabi Uniti. Un anno dopo, quando le donne conquistano anche il diritto al voto, Loujain si candida, ma il suo nome non compare neanche nelle liste, depennato d’ufficio. Nel 2017 un nuovo arresto all’aeroporto di Damman-Re Fahd: Loujain finisce in galera per qualche settimana per motivi mai del tutto chiariti, senza che le venga concesso di avvisare un avvocato o la famiglia.

Nel maggio dello scorso anno, Loujain finisce in manette per la terza volta nella sua vita, questa volta insieme ad altre dieci attiviste per i diritti delle donne saudite, e da allora è rinchiusa in quello che la gente chiama il “palazzo del terrore”. È stato suo fratello Walid, proprio in queste ore, a svelare che Loujain è vittima da quasi un anno di violenze, torture e soprusi di ogni genere.

Walid Alhathloul ha scritto un lungo articolo, affidato alla “CNN”, in cui racconta la recente visita a Loujain dei suoi genitori, a cui la sorella avrebbe mostrato i segni delle frustate, delle botte, delle torture con la corrente elettrica e delle violenze sessuali a cui tenta disperatamente di sopravvivere, anche se ormai è allo stremo delle forze.

La sua famiglia, le attiviste saudite ancora libere e la “Human Rights Watch” hanno denunciato le violenze a cui sono sottoposte Loujain e le sue compagne. A quanto riferiscono nelle denunce, anche che Saud al-Qahtani, ex consigliere di alto livello del principe ereditario Mohammed bin Salman, era presente durante almeno uno degli interrogatori. Qahtani in persona avrebbe minacciato di violentare, uccidere e disfarsi dei corpi delle detenute attraverso le fogne. Il nome di Qahtani, per meglio inquadrare il personaggio, è stato coinvolto nell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi: per dare in pasto alle diplomazie occidentali qualche nome eccellente, l’ex capo delle comunicazioni della corte reale è stato rimosso dal suo incarico, dopo che Riyadh ha scaricato la colpa dell’omicidio a lui e ad una manciata di altri funzionari.

“Ogni volta che Loujain parla delle torture ai miei genitori, le sue mani tremavano in modo incontrollabile: temo che ormai con quel dolore dovrà convivere per sempre. Alcune notti entrano nella sua cella degli uomini mascherati che la svegliano urlando minacce inimmaginabili”.

Walid Alhathloul racconta di aver rivolto una preghiera di intervento a Mariah Carey, che a breve dovrebbe tenere un concerto in Arabia Saudita: “Ora che ho raccontato la storia di mia sorella, Mariah Carey farà qualcosa per favorirne il rilascio?”. Il suo esempio è stato seguito da diversi attivisti e personalità, che hanno esortato la cantante americana ad annullare il concerto per via delle accuse di violazione dei diritti umani che aleggiano su Rhyad. La giornalista egiziano-americana Mona Eltahawy ha twittato: “Cara Mariah, ho sentito che hai intenzione di esibirti in Arabia Saudita. Sei al corrente che le attiviste per i diritti delle donne sono detenute senza accuse da maggio del 2018?”.

Oltre a Loujain Alhathloul, tra le detenute ci sono importanti attiviste come Aziza al-Yousef, Eman al-Nafjan, Nouf Abdelaziz, Samar Badawi e Hatoon al-Fassi. Su di loro, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa saudita, pendono accusa di “contatti sospetti con paesi stranieri”. In una nota, Riyadh ha negato con forza le accuse di tortura: “Il sistema giudiziario del Regno dell’Arabia Saudita non consente, promuove o permette l’uso della tortura. Chiunque, maschio o femmina, è sottoposto ad un normale processo giudiziario guidato dal pubblico ministero, e mentre è detenuto, gli interrogatori non si basano in alcun modo sulla tortura fisica, sessuale o psicologica”.

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