Processo farsa ai killer di Khashoggi

| Iniziato in Tribunale a Riyadh il dibattimento contro 11 (per 5 pena di morte) dei 17 assassini dell'editorialista. Ma chi (forse) ne smembrò il corpo con una sega vive tranquillo nella sua villa a Gedda. Ignoti i nomi degli imputati

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I sauditi fanno sul serio. A Riyadh è iniziato il processo contro i presunti assassini del giornalista Jamal Khashoggi e già la pubblica accusa ha fatto sapere che chiederà la pena di morte per cinque degli undici arrestati. Cinque assassini ma anche testimoni che taceranno per sempre sui veri retroscena di un delitto agghiacciante, con il corpo della vittima smembrato con seghe chirurgiche, probabilmente diviso e caricato in singole valige e quindi smaltito non si sa ancora dove. Khashoggi aveva fatto molto di più che scrivere i servizi critici con il regno saudita a proposito della guerra civile in Yemen e sul ruolo sempre più debordante del principe ereditario Muhammad bin Salman.

Salah al-Tubaigy al suo arrivo in aeroporto ad Istanbul


Il giornalista meditava, con alcuni dissidenti, di fondare un movimento d’opinione aperto ai giovani in aperto dissenso con il governo, utilizzando i social. Tanto era convinto del progetto da decidere di finanziarlo di tasca propria con 30 mila dollari, tanto per iniziare. E Mbs lo sapeva, poiché le conversazioni tra l’editorialista e i dissidenti erano regolarmente intercettate dai Servizi sauditi. Indsomma, sul capo dell’uomo che avrebbe dovuto sposarsi di lì a poco, pendeva una condanna a morte. La posizione di MbS,, all’interno del processo semplicemente non esiste e non esisterà mai. Per chi avesse ancora dubbi al proposito, il Re Salman ne ha pubblicamente preso le difese, mentre sono saltate le teste di chi aveva osato condannare l’omicidio. E il presidente Usa Trump, alla fine, non ha scaricato il principe, come chiedevano anche una parte dei Gop, ma è rimasto a metà del guado, in una posizione ambigua, in nome degli equilibri medio-orientali e per difendere una colossale commessa militare..

Comunque, 11 degli indagati accusati del rapimento, dell'omicidio e dello smembramento del giornalista Jamal Khashoggi sono stati portati davanti a un giudice del primo tribunale penale di Riyadh. Dei 17 che partirono in aereo da Riyadh a Istanbul, per la missione omicida, compreso un medico legale, alto ufficiale delle forze armate, munito di sega chirurgica, alcuni capi della security di MbS, autorevoli esponenti dei servizi e del corpo diplomatico. 

Da tribunale non filtra nulla. Nè i nomi degli accusati, né immagini delle udienza che si concluderanno “in tempi brevi” con le sentenze relative. I media sauditi hanno riferito che durante l'udienza gli imputati hanno chiesto e ottenuto copie dell'atto d'accusa e il tempo di rispondere alle accuse. "Il pubblico ministero continua a indagare sul caso con il resto delle persone detenute in relazione a questo crimine", ha riferito il sito web saudita al-Arabiya. Ma i dubbi persistono sulla gestione saudita dell'omicidio di Khashoggi tra gli appelli dei difensori dei diritti umani per un'indagine internazionale indipendente. "Coloro che hanno condannato la condotta di Riyadh probabilmente non prenderanno questo processo così seriamente come Riyadh potrebbe volere - non a meno che non ci sia un coinvolgimento internazionale, che dubito molto che Riyadh accetterà", ha detto HA Hellyer, senior fellow dell'Atlantic Council e del Royal United Services Institute di Londra.

L'omicidio  del giornalista per mano di una team di assassini, legati in qualche modo all'entourage personale del principe ereditario Mohammad bin Salman ha portato in primo piano la questione della giustizia e dell'impunità all'interno della dittatura della penisola arabica ricca di petrolio. Scrive l’Indipendent: “Nonostante l'Arabia Saudita sostenga di aver perseguito vigorosamente gli assassini, chiedendo la pena di morte contro cinque dei sospetti, i giornalisti turchi sostengono che Salah al-Tubaigy (nella foto di apertura), il coroner saudita (quello della sega elettrica che avrebbe smembrato il corpo ascoltando musica pop in cuffia) accusato di aver supervisionato lo smembramento del corpo di Khashoggi, vive comodamente in una "villa" nella città di Jeddah, nel Mar Rosso, con la sua famiglia, pur mantenendo un basso profilo”. Un segnale che non si può ignorare.

Gli attivisti sauditi per i diritti umani e i dissidenti arrestati sono spesso chiamati in causa dalle loro famiglie o da difensori legali. Non è rimasto chiaro quali avvocati gli indagati avessero conservato, anche se una dichiarazione rilasciata dal procuratore saudita ha affermato che gli 11 indagati hanno partecipato all'udienza con i loro rappresentanti legali.

Il procuratore generale saudita Saud al-Mojeb è stato scelto per il suo ruolo dal sovrano di fatto del regno, il 33enne principe ereditario, che i servizi segreti occidentali e il Senato degli Stati Uniti hanno accusato di essere all'origine dell'assassinio del 59enne Khashoggi il 2 ottobre.

Mojeb ha detto per la prima volta a novembre che era deciso a chiedere la pena di morte per cinque dei sospetti, un tentativo di sedare  di arginare le proteste sollevate in tutto il mondo  per l’omicidio del giornalista del Washington Post assassinato nel consolato saudita ad Istanbul. "Da quando il principe ereditario Mohammad bin Salman è salito al potere nel giugno 2017, molti difensori dei diritti umani, attivisti e critici sono stati arbitrariamente detenuti o ingiustamente condannati a lunghe pene detentive per il solo fatto di aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione”, denunciano gli avvocati delle associazioni che si occupano della tutela dei diritti.

 

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