Si chiama Salman al-Awda: MBS lo vuole morto

| Prima di diventare l’erede al trono, Mohammed bin Salman aveva ascoltato le idee progressiste dello studioso e religioso ammirato anche dal giornalista Jamal Khassoghi. Domenica comparirà in tribunale, dove sarà decisa la sua sorte

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Nel 2012, lo sceicco Salman al-Awda accoglie nella sua abitazione di Riyadh il 27enne principe Mohammed bin Salman. “Non pensavamo che la visita non fosse problema - ha ricordato il figlio di Awda, Abdullah Alaoudh, professore di diritto presso la Georgetown University di Washington – a quei tempi era solo uno dei tanti nobili sauditi”.

Nonostante la sua evidente ambizione, bin Salman era considerato un novizio della politica. Suo padre era il governatore di Riyadh e non ancora re e, agli occhi della classe politica del paese, a quei tempi bin Salman non era altro che un membro della famiglia reale dell’Arabia Saudita. Il principe, che più tardi si sarebbe fatto conoscere dal mondo intero con le sue iniziali, MBS, era entusiasta delle idee di Awda per attuare un cambiamento radicale della società saudita.

In quell’occasione e almeno in altre due successive - tra cui una alla corte reale accanto al futuro re Salman - Awda, che all’epoca aveva 55 anni, aveva esaltato le virtù delle riforme e l’importanza di un governo inclusivo.

Cinque anni dopo, Re Salman nomina suo figlio MBS principe ereditario: tre mesi dopo Salman al-Awda viene stato arrestato da un’agenzia di sicurezza interna istituita dal neo erede al trono.

Nel settembre 2018, dopo un anno di detenzione preventiva, il procuratore generale dell’Arabia Saudita ha presentato ad Awda un elenco composto da 37 capi d’accusa proponendo per lui la pena di morte. Domenica prossima, lo sceicco chierico tornerà in tribunale, dove il giudice potrà decidere se pronunciarsi sul caso e, in caso di colpevolezza, condannarlo a morte. Salman al-Awda ha trascorso quasi due anni in isolamento, e nei primi mesi di detenzione, “Aveva gambe e braccia ammanettate: le guardie carcerarie gli lanciavano il cibo costringendolo a mangiarlo da terra”, ha raccontato suo figlio Alaoudh.

Per i primi sei mesi del suo arresto, Awda è stato tenuto in isolamento, e quando è stato permesso alla famiglia di fargli visita, ha raccontato di essere stato spesso privato del sonno e del cibo.

Alla fine ha firmato dei documenti, probabilmente delle confessioni forzate che però non più in grado di capire a causa dello stato mentale e fisico, ormai debilitato. Una prassi di cui l’Arabia Saudita è stata spesso accusata: nel 2017, le Nazioni Unite hanno espresso la forte preoccupazione che in diversi casi, per estorcere confessioni fosse stata utilizzata la tortura, ma il governo saudita ha risposto con una lettera in cui negava con forza i sospetti.

Secondo l’accusa, le confessioni di Awda riguardano il suo attivismo a favore di una monarchia costituzionale e la sua presunta associazione alla Fratellanza Musulmana. Non era la prima volta in galera per Salman al-Awda: all’inizio della sua carriera, si era allineato con il temuto movimento Sahwa. Erano i cosiddetti chierici revivalisti islamici a cui alla fine degli anni Settanta è stato attribuito il merito di aver introdotto una politica religiosa ultraconservatrice. Negli anni ‘90, Awda è stato uno dei chierici sahwa di più alto profilo a protestare per l’espulsione delle truppe americane arrivate durante l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq: nelle sue prediche si era scagliato più volte contro la monarchia, e nel 1994 viene arrestato con l’accusa di istigazione alla ribellione contro il regno.

Viene rilasciato cinque anni dopo, nel 1999, e sembra abbia subito una trasformazione radicale: inizia a parlare pubblicamente dei meriti della riforma politica, della tolleranza religiosa, del pacifismo e della lotta alla corruzione. Condannato gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York, e nel 2008 è stato ospite di un popolare programma televisivo in onda sulla televisione saudita.

Durante la primavera araba del 2011, il regno saudita ha ricominciato a guardare al chierico con sospetto. Awda sosteneva le rivolte che hanno spazzato la provincia orientale, a prevalenza sciita: il suo aperto sostegno alla democrazia araba ha attirato 13,4 milioni di follower sul suo profilo Twitter.

Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso perché diventato anche lui assai critico, una volta ha definito il predicatore uno dei “Più begli esempi di trasformazione personale”.

“Guardate lo sceicco Salman al-Awda oggi – raccontava Khashoggi in un’intervista televisiva - un chierico che raduna i giovani e apre loro le porte del mondo intero”. Nell’interviste, Awda ammette di dovere la sua trasformazione ideologica ai tanti libri letti in prigione.

Ma di colpo, all’inizio del settembre 2017, i suoi canali social sono oscurati: secondo la sua famiglia e i suoi tanti seguaci, un funzionario del governo saudita aveva convocato il predicatore ordinandogli di twittare la propria all’approvazione dell’embargo nei confronti del vicino Qatar. Awda ha risposto pubblicando una preghiera per la riconciliazione tra i popoli: meno di un giorno dopo, è stato arrestato. In quegli anni, Khashoggi era già nell’esilio autoimposto, nel tentativo di sfuggire ai tentativi del governo di metterlo a tacere. “Se non avessi lasciato l’Arabia Saudita, cosa che ho fatto con molto dolore nel cuore, mi sarebbe stato proibito di viaggiare - aveva commentato il giornalista in un’intervista - oppure, se fossi stato più sfortunato, sarei finito rinchiuso in un carcere, come lo sceicco Salman al-Awda”.

Gli attivisti sauditi sono convinti che Awda sia sempre stato causa di forte nervosismo per MBS, e le accuse che si trova ad affrontare si riferiscono principalmente al suo sostegno alla primavera araba del 2011. I pubblici ministeri hanno accusato Awda di legami con i Fratelli Musulmani, bollati dal regno nel 2014 come organizzazione terroristica. Awda ha sempre negato di appartenere al gruppo, ma ha anche aggiunto di non ritenere che si trattasse di terroristi.

Il Dipartimento di Stato americano ha menzionato il caso di Salman al-Awda nel suo rapporto del 2018 sulla libertà religiosa, mentre l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani dell’Alto Commissario ha criticato il suo arresto in una dichiarazione riferito alla repressione saudita.

La famiglia di Awda non si aspetta la sua condanna morte, anche se le speranze del rilascio hanno cominciato a ridursi dopo l’assassinio di Khashoggi nell’ottobre del 2018. “Penso che sia inverosimile che MBS voglia giustiziare mio padre - confida Alaoudh – o almeno è quello che spero”.

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