Simonetta Ferrero, morte all’università

| In un caldo luglio milanese, una giovane donna viene ritrovata da un seminarista nei bagni della Cattolica, uccisa con decine di coltellate. Nonostante le numerose tracce lasciate dal killer, l’omicidio è rimasto un mistero

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Di Marco Belletti
È il 24 luglio 1971, un sabato. Milano è torrida, fa molto caldo già dalla mattina presto. Simonetta Ferrero ha 26 anni è nata a Serravalle Sesia (in provincia di Vercelli) il 2 aprile 1945: da pochi mesi lavora alla Montedison, dopo essersi laureata nel 1969 in Scienze politiche alla Cattolica di Milano. Anche il padre, di benestante famiglia piemontese, lavora alla Montedison, dove è un importante dirigente.

Simonetta esce dalla casa di via Osoppo in cui vive con i genitori verso le 10, per sbrigare alcune commissioni: dovrebbe consegnare un pezzo di stoffa a un tappezziere e andare dall’estetista perché quella sera partirà per la Corsica con mamma, papà e sorelle, per una vacanza di due settimane. Ma quel giorno la ragazza non va agli appuntamenti programmati, si reca invece in una profumeria in corso Vercelli, dove acquista alcuni cosmetici, quindi in un negozio nei pressi di piazza Sant’Ambrogio compra un paio di mutande dimagranti.

Lì vicino c’è la sede dell’università Cattolica del Sacro Cuore, dove Simonetta si è laureata due anni prima con 96/110 e forse si reca lì perché la sua migliore amica, Antonia Negri, le ha chiesto alcuni opuscoli sulla facoltà di Giurisprudenza, volendo prendere una seconda laurea. Di certo c’è solo che i genitori denunciano la scomparsa di Simonetta e che il corpo della giovane viene ritrovato solamente il lunedì mattina 26 luglio, verso le 9.

Il seminarista 21enne Mario Toso – che studia filosofia e che oggi è vescovo di Faenza – è appena uscito dalla cappella dell’università dove ha partecipato alla messa delle 8 e sta recandosi in segreteria quando passando davanti ai bagni femminili vicini alle scale del blocco G sente l’acqua scrosciare: siccome ha la responsabilità dell’ordine dei bagni e delle camerate del suo seminario, il giovane entra per capire il motivo di tanto spreco e chiudere il rubinetto. È lui a trovare il corpo pugnalato di Simonetta Ferrero.

Una volta entrato resta impietrito dalla scena raccapricciante: un mare di sangue sui muri e sulla porta, macchie, impronte e ditate ovunque e sul pavimento, riverso sul fianco destro, il corpo di Simonetta Ferrero, con il vestito leggermente sollevato sulle gambe.

Il riconoscimento del cadavere è affidato a due parenti in quanto alla notizia del ritrovamento della figlia il padre viene colpito da due infarti e la madre ha un collasso. Sul corpo di Simonetta vengono contate una quarantina di ferite di arma da taglio, sette delle quali valutate mortali, e dodici inferte al ventre, al collo e al volto. La giovane indossa il leggero abito azzurro a fiorellini che aveva il sabato quando è uscita di casa e non presenta segni di violenza sessuale: ha numerose ferite sulle mani che suggeriscono disperati tentativi di difesa e pelle sotto le unghie, probabilmente del suo assassino. Il seminarista è ovviamente il primo indagato, ma non ha nessuna ferita compatibile con quelle che dovrebbero aver provocato le unghie di Simonetta.

L’indagine parte con il piede sbagliato e la polizia scientifica non riesce a sfruttare l’enorme quantità tra impronte, ditate, manate e tracce di sangue su ogni superficie del bagno. Così sul delitto della Cattolica, come viene subito chiamato, scende abbastanza in fretta una fitta oscurità: non c’è movente, non c’è arma del delitto, non c’è il profilo di nessun killer. All’inizio gli inquirenti ipotizzano l’omicidio a sfondo sessuale dopo un tentativo di stupro, ma ben presto abbandonano questa pista.

Pur senza nessun indizio o prova, gli investigatori provano a sondare la pista del serial killer: in effetti tra il 1970 e il 1975 a Milano vengono uccise a coltellate ben 11 donne. Alcune sono prostitute, altre donne dalla vita comune come Simonetta Ferrero. Valentina Masneri Tribolati, una disegnatrice di moda, viene uccisa con 16 coltellate nella sua abitazione vicino alla stazione Centrale. Adele Margherita Dossena, proprietaria di una pensione sempre nei pressi della stazione Centrale è la madre di Maria Magnoni, che pochi anni dopo diventa famosa come Agostina Belli. Ma non si trova nessun collegamento tra i vari delitti.

Gli inquirenti scavano anche nella vita sentimentale di Simonetta, ma trovano solamente qualche flirt e nessun grande amore o passione. Conosce da cinque anni un coetaneo di nome Roberto che per un po’ ha provato a corteggiarla ma senza troppo successo, e hanno mantenuto buoni rapporti. Si indaga su eventuali amanti segreti e si scava anche alla Montedison, dove la giovane lavora nell’ufficio del personale, addetta ai colloqui per i potenziali neo assunti. Emerge il dubbio che qualcuno al quale fosse stata rifiutata l’assunzione possa essersi vendicato, ma non emerge nulla. Il direttore del personale definisce Simonetta di grande serietà sul lavoro.

Viene analizzato anche il movente della rapina, nonostante vicino al corpo sia stata ritrovata la borsa con il portafogli, il denaro e un anello d’oro al dito. Si indaga su personaggi sospetti che importunano le studentesse ma anche questa pista non porta a nulla, così come non sono credibili le decine di mitomani che si autoaccusano dell’omicidio. Dopo mesi di interrogatori e indagini, gli inquirenti si ritrovano al punto di partenza, senza un valido movente e neppure uno straccio di testimone.

Nel 1987 un’altra giovane donna, Lidia Macchi viene stuprata e uccisa a Cittiglio, in provincia di Varese, e gli inquirenti cercano di collegare i due delitti, ma senza successo. Nel 1993 il questore di Milano Achille Serra riceve una lettera anonima che segnala la presenza alla Cattolica negli anni intorno all’omicidio di Simonetta Ferrero, di un sacerdote veneto all’epoca 50enne che dopo aver molestato una studentessa nel 1974 viene allontanato dall’università. Anche questa pista porta al nulla.

Se l’omicidio della Cattolica fosse avvenuto in tempi più recenti, probabilmente l’assassino avrebbe avuto ben poche possibilità di farla franca, in quanto sarebbe stato identificato grazie al DNA estratto dai frammenti di pelle trovati sotto le unghie di Simonetta. Un altro aiuto per gli inquirenti di oggi sarebbero state le immancabili telecamere di sicurezza che invece nel 1971 non esistevano. E così a quasi 50 anni di distanza dal violento omicidio di Simonetta, l’assassino resta ancora una specie di ombra nera sull’università, un mostro che ha avuto tutto il tempo di allontanarsi dalla scena del crimine senza che nessuno lo vedesse, nonostante abbia fatto di tutto per seminare tracce e indizi, compiendo così un vero delitto perfetto.

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Simonetta Ferrero, morte all’università - immagine 1
Simonetta Ferrero, morte all’università - immagine 2
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