A tre anni dalla strage di Charlie Hebdo

| Oltre le commemorazioni ufficiali, i superstiti del settimanale satirico lanciano un nuovo allarme: viviamo blindati, dov’è finita la libertà in Francia?

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Di Germano Longo
I primi a chiedersi cosa sia rimasto di “Je suis Charlie”, il grido di dolore che agli inizi di gennaio di tre anni fa attraversò il mondo intero, sono gli stessi superstiti del settimanale satirico francese. Dal palco delle “Folies Bergère”, nel cuore di Parigi, Gèrard Biard, caporedattore del giornale, ha lanciato in aria un sasso piuttosto pesante: “Com’è possibile, che ancora oggi in Francia un giornale sia costretto a vivere in un bunker, sotto protezione continua, con costi annuali per la sicurezza che ammontano a 1,5 di euro? In queste condizioni, come si può parlare di libertà di espressione?”. Nessuno sa rispondergli, perché quel giorno di tre anni fa, la vita dei francesi è cambiata forse per sempre, ed è ancora oggi faticoso passeggiare per le vie dello shopping e del turismo incrociando di continuo pattuglie di militari in assetto di guerra.

Tre anni fa, la piccola Rue Nicolas-Appert, XI arrondissement, a meno di un km da Place de la République, diventava la “Ground Zero” dei francesi. Iniziava da lì, il 7 gennaio del 2015 alle 11:30 del mattino, la lunga serie di attentati che fino ad oggi è costata la vita a 241 persone, nutrendosi nel tempo di altri indirizzi che significano sangue e vittime: il “Bataclan”, la folle corsa del tir lanciato sulla Promenade des Anglais di Nizza, il povero parroco sgozzato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray.

Sul palco delle “Folies Bergère”, ad un giorno di distanza dalle commemorazioni ufficiali, un pomeriggio di ricordi e parole raccolti sotto un titolo che sembra riassumere lo smarrimento dei francesi: “Toujours Charlie”, essere tutti i giorni Charlie. A volerlo tre organizzazioni, “Printemps Républicain”, “Ligue contre le racisme et l'antisémitisme” (Licra) e “Comité Laïcité République”, in platea l’ex premiere Manuel Vals, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, il presidente dell'Assemblea Nazionale Francois De Rugy, i redattori di “Charlie Hebdo” e 1.500 persone.

Ma l’imperturbabile programma ufficiale per le celebrazioni del 7 gennaio è già stato deciso e pianificato in anticipo dall’Eliseo: il presidente Emmanuel Macron sua moglie Brigitte sono attesi prima in Rue Nicolas-Appert, quindi sul boulevard Richard-Lenoir per ricordare l’agente di polizia Ahmed Merabet e infine all’Hyper Cacher, il supermercato kosher di Porte De Vincennes.

Ma a pesare nell’aria che si respira in Francia restano i risultati di recente sondaggio, in cui il 61% dei francesi dichiara di si sentirsi ancora Charlie. Tanti, certo, ma molti meno di quanti fossero dopo la mattina del 7 gennaio di tre anni fa. Tutti gli altri, restano convinti che quelli di “Charlie Hebdo” un po’ se la siano cercata.

La strage

C’erano dei precedenti, che avevano convinto la polizia a mettere sotto sorveglianza la sede di “Charlie Hebdo”, settimanale satirico irriverente e caustico che in oltre quarant’anni di vita non ha mai esitato a ironizzare su politica e religione. La notte fra il 1° ed il 2 novembre del 2011, alcune bombe molotov avevano danneggiato pesantemente la sede del settimanale.

Niente, rispetto alla mattina del 7 gennaio 2015, quando due uomini mascherati e armati di AK-47, i fratelli Said e Chérif Kouachi, fanno irruzione nella sede del settimanale: si dichiarano soldati di “Al-Qaeda” e costringono la disegnatrice Corinne Rey a immettere il codice numerico che permette di entrare negli uffici di Charlie Hebdo, dove è in corso una riunione di redazione.

È una strage: restano a terra 12 persone, a cominciare da “Charb”, pseudonimo di Stéphane Charbonnier, direttore e fumettista. Quando escono giustiziano anche Franck Brinsolaro, agente addetto alla sicurezza del giornale, in una sequenza che sarà consacrata per sempre dalle inquietanti immagini rimbalzate da ogni televisione del pianeta.

I due fuggono a bordo di una Citroën C3 nera e poche centinaia di metri dopo freddano anche Ahmed Merabet, agente di polizia di origini musulmane, in servizio nell’XI arrondissement. Poi fanno perdere le proprie tracce, gettando nell'imbarazzo l'intero apparato di sicurezza francese.

Non è finita: il giorno successivo, Amedy Coulibaly, legato ai due fratelli Kouachi, anch’egli armato di AK-47, affronta la polizia in uno scontro a fuoco e riesce a fuggire. Il 9 gennaio, a due giorni dalla strage di Charlie Hebdo, Coulibaly si barrica all’interno di un supermercato kosher a Porte de Vincennes, ad est di Parigi: uccide tre persone e ne prende in ostaggio 17, minacciando una strage a meno di ottenere la liberazione dei due fratelli Kouachi, che dopo aver tenuto sotto scacco la Francia si sono asserragliati in una tipografia di Dammartin-en-Goele, un piccolo villaggio della regione della Marna.

Per la polizia francese non c’è scelta: temendo il collegamento fra i due nuclei terroristici, le forze speciali devono entrare in azione nello stesso momento, nel supermercato kosher e nella tipografia. Il pomeriggio del 9 gennaio, i due fratelli Kouachi cadono sotto il fuoco degli agenti del “GIGN” (Groupe d’Intervention de la Gendarmerie Nationale). La stessa fine che aspetta Coulibaly con l’irruzione nel supermercato. Tre fra i peggiori giorni della storia di Francia si chiudono con un bilancio pesante: 17 morti, 11 feriti e la netta sensazione che certi meccanismi di sicurezza vadano rivisti.

L’11 gennaio, le strade di Parigi si riempiono di un corteo che richiama oltre due milioni di persone: la frase “Je suis Charlie” diventa un brivido che attraversa il mondo intero. E non era che l’inizio.

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