Anche l'Italia è nel mirino dell'Isis ma gli 007 (per ora) ci proteggono

| Analisi. Quello che sappiamo e non sappiamo ancora sugli attentati di Barcellona e su cosa potrebbe accadere anche in Italia

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La cronaca di quanto accaduto a Barcellona giovedì pomeriggio riserverà molti altri dettagli e nuove prove per capire cosa veramente è successo ieri pomeriggio in Spagna. Ma è già il momento di stringersi attorno alle famiglie delle vittime e di pregare, se credenti, per i 97 feriti, alcuni gravissimi ora ricoverati negli ospedali della Catalogna. Le indagini entreranno nel vivo nei prossimi giorni e ci vorranno comunque mesi per avere un quadro definitivo. Si tratta di ricostruire una rete internazionale del terrore in ogni suo millimetrico sposamento, in ogni suo complicato passaggio. 
Con il prezioso aiuto dell'esperto di terrorismo internazionale che sulle colonne di ItaliaStar si firma con lo pseudonimo de L'Ateniese, cerchiamo, il più sinteticamente possibile, di fare il punto della situazione e di tentare di rispondere ai quesiti più comuni.


Il punto delle indagini

1 - E' evidente che l'allarme dei Servizi di sicurezza europei, in particolare i britannici, avevano ragione a tenere altissimo il livello di attenzione. L'attentato in Europa era nell'aria, e la Spagna, come la vicina Francia, nel mirino. Ma neanche l'Italia era esclusa dal range dei Paesi a rischio. Vuol dire in sostanza che nessuna prevenzione, nemmeno attraverso le agenzie di Intelligence più efficienti, può bloccare attentati come quello della Rambla, con una dinamica e una logistica così semplice e casuale. Basta affittare un furgone con documenti regolari e l'arma per uccidere un numero anche elevato di inermi sarà quella.

La pianificazione

2 - L'attentato di Barcellona non è frutto di una singola cellula ma di un'azione corale, preparata da mesi con grandissima attenzione ai dettagli. Dal noleggio dei furgoni, alla costruzione delle finte cinture esplosive. Un sistema per impedire alla polizia di abbattere senza esitazioni i miliziani, per il timore di coinvolgere civili nelle esplosioni. E' un modo per tentare di assicurarsi una via di fuga. Il precedente pù vicino è Londra. Contemporaneamente al Van investitore, in azione sulla Rambla a Barcellona, il commando di cinque terroristi (tutti uccisi), intercettato a Cambrils (330 km da Barcellona) grazie questa volta alla polizia spagnola, stava cercando di compiere lo strsso raid. Era strettamente collegato con l'autista e i complici della Rambla. Volevano fare esplodere un certo numero di bombole di gas, aumentando così il numero delle vittime, creando in Spagna - ie in Europa - un'ondata di terrore senza precedenti.

Il profilo degli attentatori

Alla guida del primo furgone (per investire e uccidere, il secondo a Cambrils) c'era il diciottenne marocchino, in Spagna da pochi giorni, Moussa Oukebir, ora ricercato da tutte le forze di polizia europee; potrebbe tentare di raggiungere la Francia o il Belgio, dove sono ancora attive cellule Isis. L'Isis ha rivendicato l'attentato in modo ufficiale e questo è un fatto da tenere in considerazione. L'obiettivo finale di Moussa Oukebir è raggiungere le zone medio-orientali ancora sotto controllo islamico. La parentesi degli attentatori-suicidi sembra in qualche esaurito. Gli ultimi hanno tentato di fuggire e di salvarsi. L'appuntamento con le sette vergini che gli aspettano in Paradiso dopo la strage di infedeli è dunque rinviato sine die.  Degli altri tre fermati si sa che non hanno partecipato al raid con la tecnica dell'investimento, il sesto avvenuto in Europa in pochi mesi (Stoccolma, Nizza, Londra, Berlino, Monaco) ma che hanno un profilo da soggetti fondamentalisti in contatto con i fratelli Oukedir. Driss Oukebir ha denunciato il furto del suo permesso di soggiorno, usato per noleggiare il furgone ma non spiega perché non l'ha detto subito ma solo dopo l'attentato alla Rambla. Ora l'attenzione si sposta sull'analisi dei cinque terroristi uccisi a Cambrils su un altro furgone, che indossavano cinture esplosive false. Sono riusciti a ferire sette passanti al Paseo Maritimo prima di essere abbattuti.

Perché l'Italia (ancora) no

Intanto va detto che il pericolo di attentati simili anche nel nostro Paese è tutt'altro che sventato o "non" possibile. E' possibile eccome. Soprattutto per la liquidità dell'organizzazione terroristica islamica composta da cellule indipendenti o addirittura da singoli fanatici che agiscono in base alle indicazioni generiche del network criminale ("Colpire l'Occidente con qualsiasi arma fai-da-te") e non dipendenti da un livello di comando centralizzato. Poi la questione migranti dal Medio Oriente che vede l'Italia protagonista di un ruolo centrale. L'imbuto della Libia, da cui partono i barconi carichi di profughi è una delle poche vie di salvezza dalla guerra ma anche dalla repressione del fronte islamico radicale, anche da parte dei governi arabi, una delle poche ancora aperte. E' evidente a chi governa l'Isis dalla Siria ma anche da alcuni Paesi sunniti, dove si annidano impensabili complicità, che un attentato a Roma e dintorni creerebbe un corto circuito senza ritorno nelle stesse dinamiche dei flussi emigratori, alimentati da migliaia e migliaia di cittadini islamici di ogni fazione del mondo arabo. Compresi i sostenitori dell'Isis, palesi e nascosti. E poi il ruolo storico dell'Italia nei rapporti con il Medio Oriente, a volte tra ambiguità e cambi di direzione ma anche segnato da un rispetto reciproco nel corso della fine del ‘900 e che ha retto sostanzialmente sino ad ora. I terroristi non sono robot e tutto questo è ben noto anche al folle Network che ne governa e ne traccia le linee politiche di base.

Cosa potrebbe accadere ora?

Gli investigatori dell'Antiterrorismo spagnolo lo hanno detto ieri notte in modo abbastanza sicuro: "Non si prevedono per ora altri attentati". Ma dichiarazioni di questo tenore vanno prese con tutte le cautele, proprio per le ragioni descritte poc'anzi. C'è una parte degli aspiranti attentatori che può decidere d'agire in qualsiasi momento, per qualsiasi fattore imprevisto o imprevedibile. Da un malumore di natura personale, sino a un picco di infignazione provocato dall'ennesimo video sulle atrocità che avvengono ogni giorno in Siria o altrove. Ogni radicale islamico connesso all'Isis è un potenziale attentatore, aspirante suicida o no. Potrebbe accoltellare il compagno di viaggio in metrò, un poliziotto, un soldato, il simbolo di qualcosa o di un generico nemico. Colpiscono i passanti per marcare un fatto semplice: in Siria i cloni anti-Isis uccidono chiunque, soprattutto innocenti, e l'Occidente deve provare sulla propria pelle cosa vuol dire allineare negli obitori corpi di donne e bambini straziati dagli esplosivi dei peace-keepers. Soldati, poliziotti, politici, funzionari di istituzioni varie sono invece il simbolo di chi opera contro l'Islam. E' lo scenario più semplice, posto in essere più volte in Inghilterra (soldati accoltellati per strada) e in Francia (poliziotti uccisi a caso a Parigi e non solo). Dunque massima allerta, senza ingannare però l'opinione pubblica. Ogni Paese Ue sta facendo il possibile, anche per evitare pesanti ricadute sul sistema economico, per impedire gli attentati di matrice islamica. I Servizi di sicurezza italiani sono tra i più efficienti e, diciamolo per una volta, molto migliori rispetto alle stesse strutture delle nazioni sorelle. Ma non basta ad allentare la guardia o cullarsi nel mito di una presunta intangibilità tricolore. Ma un fatto è certo: mantenere i nervi saldi e non cedere alle spinte neo-populiste verso un irrigidimento dei flussi migratori in funzione preventiva. E' esattamente quello che vorrebbe l'Isis per scatenare anche in Italia una campagna sanguinosa di attentati.

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