Arrestato il magnate che critica Xi Jinping

| Spina nel fianco e voce controcorrente, Ren Zhiqiang è stato condannato a 18 anni di carcere per reati legati alla corruzione. Non è la prima volta che ha guai con la giustizia per le critiche verso il presidente cinese

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Ren Zhiqiang, un magnate immobiliare in pensione con stretti legami con alti funzionari cinesi, è scomparso a marzo dopo aver firmato un articolo in cui criticava la risposta di Xi Jinping alla pandemia. Nelle scorse ore è emerso che un tribunale di Pechino l’ha condannato a 18 anni di carcere e 620 milioni di dollari di multa per diverse accuse tra cui l’appropriazione indebita di circa 16,3 milioni di dollari (110,6 milioni di yuan) in fondi pubblici, tangenti e abuso di potere che ha causato perdite per un totale di 17,2 milioni di dollari (116,7 milioni di yuan) all’azienda statale di cui che un tempo era a capo.

Secondo la corte, Zhiqiang “ha confessato volontariamente tutti i suoi crimini ed era pronto ad accettare il verdetto della corte dopo che tutti le somme illegalmente intascate sono state recuperate”.

Secondo gli osservatori internazionali, il sistema giudiziario cinese ha una percentuale di condanna di circa il 99%, e le accuse di corruzione sono spesso utilizzate per perseguire i dirigenti statali che si scontrano con il Partito comunista.

La pesante condanna di Ren Zhiqiang sembra un modo per mandare un messaggio molto chiaro agli altri membri dell’elite cinese: qualsiasi critica o sfida a Xi non sarà tollerata, dato che Pechino continua ad affrontare le conseguenze della pandemia e le intense pressioni internazionali di Washington.

Il 69enne Ren Zhiqiang si è più volte esposto criticando apertamente la politica cinese, molto più di quanto sia consentito, una schiettezza gli è valsa il soprannome di “Cannone” sui social cinesi.

Nel saggio pubblicato a marzo, attribuito a Ren, l’autore si è scagliato contro la repressione del partito sulla libertà di stampa e l’intolleranza verso il dissenso. Il saggio non menzionava direttamente Xi, ma si riferiva obliquamente al leader del Paese come a un “pagliaccio assetato di potere”, riferendosi al discorso che Xi ha fatto di fronte a 170mila funzionari in tutto il Paese in una videoconferenza del 23 febbraio scorso sulla pandemia.

Il testo accusa il Partito comunista di mettere i propri interessi al di sopra della sicurezza del popolo cinese, con lo scopo di garantire il proprio dominio. “Senza un mezzo di comunicazione che rappresenti gli interessi della gente pubblicando i fatti reali, la vita del popolo è devastata dal virus e da un sistema malato”. Poco dopo la pubblicazione online del saggio, Ren Zhiqiang è scomparso, lascando la famiglia con il timore che fosse stato arrestato. Le autorità hanno confermato che dall’inizio di aprile il magnate era  sotto inchiesta per corruzione.

Non è la prima volta che Ren Zhiqiang si scontra con la leadership cinese per aver detto quello che pensa. Nel 2016, è stato arrestato per le aspre critiche all’indirizzo di Xi, dopo che la richiesta ai media statali di attenersi fedelmente alle linee del partito. Grazie all’influenza della sua immagine e la popolarità di cui gode, è stato rimesso in libertà dopo un anno. Ma questa volta sembra non ci sia una seconda possibilità: se sarà costretto a scontare l’intera pena, quando sarà rilasciato avrà superato gli 80 anni.

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