Australia, vietato raccontare uno stupro usando il proprio nome

| Una modifica al “Judicial Proceedings Reports Act” impedisce a chiunque, vittime comprese, di rendere identificabili le vittime di reati sessuali, a meno di non usare uno pseudonimo

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In base ad una legge approvata di recente nello stato australiano di Victoria, le vittime di stupri, violenze e aggressioni sessuali che raccontano in pubblico le loro esperienze usando il proprio nome, potrebbero essere condannate a quattro mesi di carcere.

Sembra un paradosso, ma le modifiche apportate silenziosamente lo scorso febbraio al “Judicial Proceedings Reports Act”, trasformano in un reato diffondere pubblicamente informazioni che possano portare all’identificazione di una vittima di aggressione sessuale. Ma per una strana contorsione giuridica, la legge non tiene conto delle vittime stesse, il che significa che potrebbero essere perseguite per aver raccontato le loro esperienze in televisione, online o scrivendo un libro, a meno che non usino un nome falso.

Decine di associazioni umanitarie e di attivisti hanno bollato l’emendamento come una “gag”, lanciando la campagna #LetUsSpeak per chiedere al governo di cambiare le regole.

“È una sorta di ‘vittoria’ per pedofili e stupratori, ed è un duro colpo per i sopravvissuti che non hanno più il diritto legale di parlare”, ha tuonato l’attivista Nina Funnell su una pagina crowdfunding che ha raccolto più di 30mila dollari.

La legge, modificata il 7 febbraio, permette a un sopravvissuto di pubblicare la propria identità solo su richiesta di una mozione del tribunale o dietro approvazione del tribunale. La legge vieta espressamente la pubblicazione del nome di una vittima “su libro, giornale, rivista o altra pubblicazione scritta” come in una trasmissione televisiva, radiofonica, o tramite comunicazione elettronica. È prevista una multa o una pena detentiva massima di quattro mesi.

“Per via della nuove legge, i sopravvissuti sono costretti a tornare in tribunale a proprie spese sopportando disagi e lungaggini, per ottenere un via libera da parte dei tribunali per poter parlare pubblicamente dei loro casi, e questo può costare migliaia di dollari. Una follia pura”.

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