Cina: centinaia di medici infettati

| Il personale medico è fra il più colpito dal coronavirus, ma le autorità cinesi non confermano. Drammatico l’allarme lanciato da infermieri in quarantena: ci insegnano come fare le tute protettive con i sacchi della spazzatura

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Ning Zhu, un’infermiera di Wuhan, la città epicentro del coronavirus, è inquieta: invece di essere in prima linea, è stata in autoquarantena a casa per settimane, dopo che una TAC al torace del 26 gennaio scorso aveva rivelato in lei un sospetto caso infetto. Le è stato detto di aspettare un test dell’acido nucleico che avrebbe fornito il verdetto finale, ma non è mai arrivato. “In questo momento è davvero un problema: il nostro ospedale ha già più di 100 persone in quarantena a casa, e altri 30 operatori sanitari hanno contratto il virus”. Zhu non è il suo vero nome, preferisce l’anonimato mentre rivela che secondo lei fra i 500 medici dell’ospedale in cui lavora, senza indicare quale, più di 130 potrebbero essere stati colpiti dal virus.

La situazione è simile ovunque: un’infermiera dell’Ospedale Centrale di Wuhan ha postato su “Weibo”, l’equivalente di Twitter cinese, la notizia che 150 suoi colleghi sono stati confermati o sospettati di essere infetti, fra cui lei stessa. “Il piano di degenza in cui vivo è praticamente pieno di colleghi. Temo che il virus all’interno del mio corpo infetti chi ancora resiste in prima linea”.

Gli operatori sanitari hanno sempre affrontato un alto rischio di infezione durante i principali focolai, tra cui  la SARS che ha travolto la Cina tra la fine del 2002 e il 2003. Ma a Wuhan il rischio è aggravato da una grave carenza di risorse mediche per far fronte all’afflusso di pazienti, che si aggiunge all’avvertimento tardivo del governo sull’alto tasso di infezione.

Le autorità sanitarie cinesi non hanno reso noto il numero di infezioni tra gli operatori sanitari, ma contando che a Wuhan ci sono 398 ospedali e quasi 6.000 cliniche comunitarie, è facile immaginare che la cifra ammonti ormai a diverse centinaia di casi.

Secondo una ricerca pubblicata la settimana scorsa sul “Journal of the American Medical Association”, allo Zhongnan Hospital, uno dei 61 ospedali che si occupano dei casi, 40 operatori sanitari sono stati infettati, trasformandosi quasi nel 30% dei 138 pazienti affetti da coronavirus ricoverati dal 1 al 28 gennaio.

All’ospedale Numero 7, un’altra delle 61 strutture, due terzi del personale del reparto di terapia intensiva è stato infettato a causa della mancanza di risorse mediche. Le autorità di Wuhan hanno riconosciuto la carenza di materiale come le maschere respiratorie N95, gli occhiali e le tute protettive. Gli ospedali hanno chiesto più volte aiuto attraverso i social media, improlando donazioni di attrezzature protettive vitali per proteggere il personale di prima linea. Su Weibo, un post del “People’s Daily”, periodico di Stato, mostrava al personale medico come creare indumenti protettivi utilizzando i sacchetti in plastica neri per la spazzatura.

Oltre alla mancanza di maschere, guanti e tute protettive, gli operatori sanitari sono stati spinti al limite: si pensa che le infezioni tra il personale ospedaliero siano avvenute nelle sale relax e nelle aree di riunione, dopo lunghi turni estenuanti. Inoltre, il ritardo iniziale del governo nel rilasciare informazioni sull’epidemia ha fatto sì che il personale medico non fosse consapevole dei potenziali rischi. Ci aveva provato Li Wenliang, l’oculista morto a causa del coronavirus che aveva cercato di avvertire il sospetto di una nuova epidemia, ma è stato messo a tacere e punito dalla polizia per “procurato allarme”. Il silenzio imposto a Li, insieme ad altri medici che dopo di lui hanno tentato di dare l’allarme, ha portato ad un aumento delle infezioni all’interno di ogni comunità: dalle famiglie agli uffici, agli ospedali.

La Corte suprema cinese ha ammesso che se la gente avesse potuto ascoltare gli avvertimenti di Li avrebbe “adottato misure preventive”, invece inconsapevoli dei rischi medici e infermieri indossavano maschere usa e getta, del tutto inutili per proteggersi dal virus. “Il personale medico dovrebbe indossare maschere N95, occhiali o visiere e tute protettive non solo nei reparti di isolamento, ma anche nei pronto soccorso”.

Secondo uno studio sui primi 425 casi confermati a Wuhan, pubblicato il mese scorso sul “New England Journal of Medicine”, sette operatori sanitari mostravano sintomi di infezione già tra il 1° e il 10 gennaio. Ma il giorno successivo, la Commissione sanitaria municipale di Wuhan insisteva sul fatto che “non è stata riscontrata alcuna infezione tra il personale medico, e al momento non ci sono prove evidenti di trasmissione da uomo a uomo”. Solo il 20 gennaio, quando Zhong Nanshan, esperto nominato dal governo, ha dichiarato che il nuovo coronavirus poteva diffondersi da persona a persona, è stata rivelata l’infezione degli operatori sanitari.

Da allora, la commissione non ha fornito alcun aggiornamento sul numero di casi confermati o sospetti tra il personale ospedaliero della città, anche se i media cinesi hanno pubblicato diversi rapporti che offrono uno sguardo sulla reale portata delle infezioni negli ospedali. Al “Wuhan Mental Health Center”, il più grande ospedale psichiatrico della provincia di Hubei che non dovrebbe curare i pazienti affetti da coronavirus, ad almeno 50 pazienti e 30 membri dello staff medico è stato diagnosticato il virus.

Nel frattempo, l’epidemia si è diffusa in ogni regione della Cina continentale, compresa l’estrema frontiera occidentale dello Xinjiang e la remota regione del Tibet.

Durante la SARS, le autorità erano apparse molto più trasparenti sull’infezione del personale medico dopo il primo tentativo di coprire l’epidemia: a metà febbraio del 2003, il governo del Guangdong aveva annunciato che 105 dei 305 casi di SARS riguardavano operatori sanitari. Il 30 maggio 2003, secondo il ministero, erano stati infettati complessivamente 966 operatori sanitari, pari al 18% dei 5.328 casi riscontrati in Cina.

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