Corea del Nord, dove il virus non arriva

| Tutti i Paesi vicini alla Cina registrano casi, tranne il regime di Pyongyang, dove secondo l’informazione ufficiale i controlli funzionano e la prevenzione è efficientissima

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Sono ormai quasi due mesi che il mondo, ma soprattutto l’Oriente, devono vedersela con un temibile virus che fa paura, e di cui al momento non si trova una cura. Due mesi in cui, malgrado la Cina si sia sigillata per non contagiare il pianeta, 25 Paesi in tutto il mondo registrano casi, mentre nelle Nazioni vicine è allarme pandemia. Tutte tranne una: la Corea del Nord. 

Malgrado sia uno dei Paesi più poveri del mondo, secondo le dichiarazioni pubbliche sembra sia riuscito a evitare accuratamente il virus, confermando di non avere neanche un caso all’interno dei propri confini. Ma gli esperti internazionali sono molto perplessi: o Pyongyang gode di una fortuna sfacciata, oppure non la racconta tutta, tentando di raccogliere uno dei pochi benefici possibili dall’essere un “paese eremita”.

Nam Sung-wook, professore all’Università della Corea del Sud con un passato nel “National Intelligence Service”, non ci crede, secondo lui è altamente probabile che qualcuno, fra i 25 milioni di sudcoreani, sia stato infettato.

I ricercatori stanno ancora cercando di stabilire come si diffonde il virus, anche se la via aerea resta l’ipotesi più probabile. Per questo, è decisamente probabile che un cittadino cinese possa aver infettato qualche nordcoreano attraversando il confine comune.

“Sappiamo che le regioni cinesi vicine al confine nordcoreano, come Dandong e Shenyang, hanno confermato i pazienti. Circa il 90% del commercio nordcoreano è con la Cina e molte persone, camion e treni sono passati attraverso il confine tra le due nazioni prima che la Corea del Nord varasse misure restrittive per impedire al virus di entrare nel Paese”.

Ma c’è un altro mistero ad aggiungersi alla vicenda: nonostante la conferma di nessun caso confermato o sospetto, la Corea del Nord è stata insolitamente trasparente nei suoi sforzi per combattere il virus: in via precauzionale, il Paese ha chiuso i suoi confini a i turisti stranieri, la maggior parte dei quali sono cinesi, come aveva fatto nel 2014, durante l’epidemia di Ebola.

Il 30 gennaio scorso, l’agenzia di stampa statale KCNA ha riferito che le autorità hanno dichiarato “l’emergenza nazionale” e che si stanno istituendo sedi antiepidemiche in tutto il Paese: lunedì scorso, tutte le persone entrate nel Paese dopo il 13 gennaio sono state messe sotto “controllo medico”. Molto orgogliosamente, la KCNA assicura che i funzionari sanitari nordcoreani hanno sviluppato la “capacità di diagnosticare prontamente eventuali casi sospetti”.

Una dichiarazione che lascia perplessi gli esperti riguardo alla presunta capacità di Pyongyang di effettuare i test, ma data l’intensa segretezza del Paese, è improbabile che il mondo sappia mai se le misure adottate nel Paese funzionino realmente.

La Corea del Nord è considerata uno degli stati più solitari e segreti del mondo, e tutte le informazioni, dai vertici del regime alla vita quotidiana sono censurate e controllate: il Paese non ha mai formalmente riconosciuto quanti sono stati i morti durante la devastante carestia degli anni Novanta, mentre le stime dell’OMS parlano di almeno 2 milioni di vittime.

I medici che negli ultimi anni hanno lasciato il Paese parlano spesso di cattive condizioni delle strutture e carenza di tutto, dalla medicina alla salute di base. Choi Jung-hun, ex medico nordcoreano fuggito nel 2011, ha raccontato che fra il 2006 ed il 2007, di fronte ad un’epidemia di morbillo il Paese non disponeva di risorse per operare 24 ore su 24 in strutture di quarantena e isolamento. “Il problema in Corea del Nord è che i regolamenti non vengono seguiti: quando negli ospedali non c’è cibo a sufficienza, i pazienti uscivano per mangiare e poi rientravano: in questo modo qualsiasi virus si sparge in modo impressionante”.

Gli analisti politici danno una lettura diversa: l’epidemia potrebbe servire a scopi politici diversi per il regime di Kim, tra cui quello di trovare il tempo di pianificare i prossimi passi nei negoziati nucleari con gli Stati Uniti. “I nordcoreani usano il coronavirus come un’opportunità per ritirarsi in un isolamento auto-imposto in un momento di grande incertezza politica: Kim Jong Un aveva bisogno di guadagnare un po’ di tempo per ricalibrare la sua strategia interna ed esterna”.

Il virus dà a Pyongyang anche una nuova scusa per stringere ulteriormente i suoi confini e giustificare le restrizioni sociali draconiane sotto le quali vive la maggior parte della popolazione: i cittadini possono essere severamente puniti per aver criticato la famiglia Kim e il regime al potere. La maggioranza della popolazione non ha accesso al web o a qualsiasi informazione proveniente dal mondo esterno che non sia stata approvata dalla censura di Stato. La maggioranza dei nordcoreani, inoltre, non gode della libertà di movimento e deve ricevere il permesso del governo per spostarsi in altre province. Pochissimi sono autorizzati a viaggiare all’estero.

Per coloro che possono muoversi, il trasporto è molto difficile. La Corea del Nord non è completamente collegata da strade, e la maggior parte del pubblico si affida a un sistema ferroviario altamente disfunzionale e abbandonato. Brevi tragitti di poche centinaia di chilometri possono richiedere ore o addirittura giorni.

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