Covid-19, la grande occasione della Cina

| Dalla diplomazia imperscrutabile del passato ad un approccio più aggressivo, in cui l’obiettivo è spostare Pechino da colpevole della pandemia a salvatore del mondo

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Fin dall’inizio della pandemia, la Cina lotta per controllare in modo ferreo il proprio ruolo nella crisi, e oggi Pechino vuole ritagliarsi il ruolo di nobile vittima che controlla abilmente un’epidemia virale dando una mano agli altri Paesi nel tentativo di allontanare le accuse di aver ridotto il mondo in miseria. La Cina ha donato grandi quantità di forniture mediche all’Europa e l’Africa, intascando gli elogi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la risposta e la ripresa post-epidemia, in netto contrasto con molte parti del mondo che faticano a uscirne.

È chiaro che la crisi del coronavirus rappresenti un’opportunità straordinaria per consolidare lo status di superpotenza globale, soprattutto perché gli Stati Uniti si sono attirati l’antipatia alcuni alleati chiudendo sempre più il Paese con lo slogan trumpiano “America first”. Un vero e incredibile autogol, nello scacchiere diplomatico internazionale.

Ma allo stesso tempo, Pechino non è stata in grado di evitare una valanga di critiche per i colpevoli ritardi iniziali nel comunicare la comparsa del virus, scongiurando al mondo una pandemia globale, così come lo scetticismo generale che ancora aleggia sui dati reali.

Un segnale di come i leader cinesi siano determinati a non lasciarsi sfuggire questo momento, o a passare per cattivi, è stata la risposta, spesso furiosa attraverso i media statali, ma anche sui social. Quando questo mese sono emerse notizie di discriminazioni nei confronti delle comunità africane in Cina, ci si aspettava che Pechino prendesse l’incidente sul serio. Negli ultimi anni la Cina ha investito miliardi per sostenere le relazioni economiche e diplomatiche in tutto il continente africano e da tempo si vanta del suo impegno a sostenere i paesi in via di sviluppo. Eppure, invece di condannare i responsabili delle discriminazioni, i diplomatici cinesi e i media statali hanno fatto preferito fare pressioni contro le notizie, accusando i media occidentali e il governo degli Stati Uniti di cercare di creare una frattura tra Pechino e i suoi alleati in Africa. “L’antica amicizia fra Cina e Africa non sarà disturbata da fake news”, ha detto mercoledì su Twitter Hua Chunying, direttore del Dipartimento dell’Informazione del Ministero degli Esteri.

“Un tempo i diplomatici cinesi erano noti per il loro basso profilo - ha ricordato questa settimana un articolo del Global Times - a livello internazionale, i diplomatici erano considerati enigmatici e “imperscrutabili. Era un periodo con molte meno avversità o necessità di respingere le critiche che arrivavano dall’Occidente”.

Portare questo spirito combattivo anche sui social “è solo l’ultima manifestazione di un progetto a lungo termine - precisa l’analista Mareike Ohlberg – l’obiettivo del Partito comunista rimane quello di cambiare le critiche verso la Cina avvicinandole alla propria posizione”.

James Green, ricercatore dell’Università di Georgetown ed ex diplomatico, afferma che per sviare la cattiva gestione iniziale dell’epidemia, gli organi di propaganda lavorano sodo da mesi per ribaltare le posizioni: “la Cina sta salvando il mondo dal flagello del coronavirus, e il mondo dev’esserle grato”. Secondo Jeff Moon, ex diplomatico statunitense in Cina, “ciò che è cambiato non è la sostanza o il tono della diplomazia cinese, ma il fatto che ora il mondo le dia ascolto con più attenzione per via della crescente influenza economica globale cinese. La crisi del Covid-19 è l’ultimo - e forse il più significativo - esempio di come le dichiarazioni politiche cinesi influenzino gli affari mondiali. C’è una nuova generazione di funzionari che usa Twitter e altri strumenti in modo aggressivo, e questo è un cambiamento di tattica più che di strategia”.

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