Dopo 66 anni, l’India si prepara a impiccare una donna

| Nel 2008, Shabnam ha ucciso 7 membri della sua famiglia insieme a Saleem, l’uomo che intendeva sposare malgrado i familiari non volessero. Il figlio della coppia sta tentando di fermare l’esecuzione

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La notte del 15 aprile 2008, gli abitanti del piccolo villaggio di Bawan Kheri, nel nord dell’Uttar Pradesh, in India, sono svegliati di soprassalto dalle urla di una donna che chiede aiuto.

Lateef Ullah Khan, uno dei primi ad entrare nella casa di due piani da dove provengono le grida, trova Shabnam seduta a terra accanto a suo padre, Shaukat Ali, con un profondo taglio alla gola.

I corpi dei due fratelli di Shabnam, di sua madre, della cognata e del cugino di 14 anni giacevano quasi decapitati in una stanza immersa nel sangue. Il suo nipotino, che avrebbero poi scoperto essere stato strangolato, sembrava dormire tra i corpi dei suoi genitori.

Il caso aveva fatto il giro del mondo: non solo Shabnam aveva ucciso sette membri della sua famiglia, incluso un bambino di 10 mesi, ma era incinta di otto settimane. Shabnam e il suo amante, Saleem, sono stati riconosciuti colpevoli degli omicidi e condannati all’impiccagione. Se verrà giustiziata, Shabnam - che, come Saleem, è indicata nei documenti del tribunale solo con un nome - sarà la prima donna condannata a morte in India dal 1955.

Ma con la sua esecuzione che incombe, il team legale della donna sta tentando di fermarla, sostenendo che anche lei era una vittima di una società patriarcale che mette la casta al di sopra di ogni cosa.

Oltre ai morti, quella notte di sangue ha fatto un’altra vittima: loro figlio Bittu (non è il suo vero nome), che Shabnam ha cresciuto in prigione. È lui che sta facendo appello al presidente indiano Ram Nath Kovind per chiedere pietà per sua madre.

Shabnam e Saleem erano due giovani amanti che vivevano nello stesso villaggio, ma le loro famiglie non approvavano l’unione. Shabnam, che aveva 22 anni al momento degli omicidi, era un’insegnante della comunità Saifi. Saleem, allora 24enne, era un giovane Pathan disoccupato.

Anche se le caste indiane sono spesso associate alla comunità indù, gerarchie sociali simili esistono tra le famiglie musulmane e si basano sulla loro occupazione o da quale parte del mondo arabo provengono.

Le famiglie spesso fanno pressione sui bambini affinché si sposino all’interno delle loro comunità: in caso contrario si può arrivare alla violenza e, in casi estremi, al delitto d’onore, quando i membri della famiglia vengono uccisi per aver macchiato di vergogna la famiglia.

Prima degli omicidi, Lal Mohammad, il padre d Anjum, cognata di Shabnam, aveva svelato alla polizia la relazione della coppia: “Shabnam sta andando nella direzione sbagliata, vuole sposare Saleem e l’atmosfera in casa è molto tesa”.

Un collega insegnante della scuola dove l’omicida lavorava, Nischay Tyagi, ha testimoniato affermando che Shabnam gli aveva raccontato di voler sposare Saleem, ma che la sua famiglia si opponeva. Saleem andava spesso a casa di Shabnam per incontrarla, e a suo padre questo non piaceva e la picchiava. Ma c’era qualcosa che la famiglia non sapeva: Shabnam era incinta del figlio di Saleem.

Non è chiaro se Shabnam sapesse di aspettare un figlio al momento degli omicidi. Secondo l’accusa sì, e questo ha in parte motivato la strage: Shabnam voleva sterminare la sua famiglia per essere l’unica erede delle loro proprietà e vivere agiatamente con l’uomo che amava.

Secondo l’avvocato della donna, Rastogi, l’accusa non è riuscita a provare questa teoria: per il team difensivo, Shabnam ha scoperto la gravidanza solo durante un controllo medico di routine dopo il suo arresto.

Il 14 aprile 2008, Shabnam ha aggiunto nel tè serale della sua famiglia un sedativo comprato da Saleem. “Shabnam ha alzato la testa di ogni membro, uno per uno, mentre io tagliavo le loro gole per ucciderli -  ha confessato Saleem il giorno successivo agli omicidi - ho commesso un errore, sono innamorato di una ragazza del mio villaggio, e anche lei mi amava. Abbiamo giurato di vivere e morire insieme perché non potevamo vivere l’uno senza l’altra”.

Dopo l’arresto, Saleem ha indicato lo stagno dove aveva gettato l’ascia macchiata di sangue e le scatole vuote delle pillole usate per sedare la famiglia.

Inizialmente, Shabnam ha tentato di affermare che un gruppo di rapinatori si erano indotti nella loro casa, ma la polizia non l’ha mai ritenuto l’ipotesi degna di nota a causa dell’impossibilità di scalare il tetto. In più, la porta di metallo della casa era stata chiusa dall’interno, e non c’erano impronte digitali o altre prove che suggerissero la presenza di soggetti esterni alla famiglia.

Quando Khan, il vicino, entrò nella casa del massacro, disse di aver trovato Shabnam in stato di semi-incoscienza. Ma per la Corte Suprema era una messinscena: “Si era sdraiata accanto al corpo del padre per insinuare che il crimine fosse stato commesso da un estraneo”.

Durante il processo non sono mancati colpi di scena: Shabnam e Saleem, da amanti e complici, si sono rivoltati l’uno contro l’altro: Shabnam sosteneva che Saleem da solo avesse ucciso tutti, mentre per Saleem la sua donna ubriaca l’aveva chiamato dopo aver massacrato la sua famiglia, chiedendogli di sbarazzarsi delle prove.

La corte distrettuale ha ritenuto la coppia colpevole dell’omicidio di sette persone e li ha condannati a morte per impiccagione.

Il figlio di Shabnam e Saleem, Bittu, è nato in prigione nel dicembre 2008, otto mesi dopo gli omicidi. È cresciuto in un penitenziario femminile fino ai sei anni, quando ha raggiunto l’età per l’adozione. Usman Saifi, un ex compagno di università di Shabnam, si è offerto di adottare Bittu, ma la vita del ragazzo non è semplice: “Un giorno, mentre andava alla moschea, qualcuno per strada gli ha chiesto se era il figlio di Shabnam, la donna che stava per essere impiccata. Un episodio che l’aveva colpito profondamente”.

La condanna a morte di Shabnam ha fatto di nuovo notizia lo scorso febbraio, dopo che uno degli ultimi boia rimasti in India ha visitato la prigione di Mathura, l’unica del paese in cui è prevista l’impiccagione femminile. Questo ha portato all’idea che la data dell’esecuzione di Shabnam si stava avvicinando. “Stiamo sistemando e facendo in modo che tutto sia in condizioni di funzionare, ma non possiamo fare nulla fino a quando non avremo la data”, ha commentato Akhilesh Kumar, vice ispettore generale delle carceri dell’Uttar Pradesh.

Le associazioni umanitarie indiane che si battono per abolire la pena di morte affermano che giustiziare una donna per la prima volta in 66 anni sarebbe un passo nella direzione sbagliata. “Shabnam si trova nel braccio della morte, e se la condanna venisse eseguita rafforzerebbe ulteriormente il fatto che la pena di morte ricade sui più emarginati. Non solo Shabnam non ci sarà più, ma suo figlio sarà perso, e noi anche”.

Nel 2017, da quando è stata introdotta una risoluzione delle Nazioni Unite per una moratoria globale sulla pena di morte, l’India ha sempre votato contro. Alla data del 31 marzo scorso, 15 donne erano rinchiuse nel braccio della morte delle prigioni indiane.

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