El Chapo spera nell’appello

| Il team legale che difende l’ex capo del cartello di Sinaloa mostra ottimismo: “Potrebbe uscire di galera”. Ma la replica della giustizia americana non lascia molte speranze: “Ci sono montagne di prove che lo incastrano per sempre”

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È quasi passato un anno dalla sentenza che condannava all’ergastolo Joaquin “El Chapo” Guzman, l’ex signore del cartello di Sinaloa, uno dei narcotrafficanti più ricchi, spietati e potenti del mondo.

La giuria l’ha ritenuto colpevole di 10 capi d’accusa per associazione a delinquere, traffico di droga, riciclaggio di denaro, cospirazione e omicidio. Da allora, El Chapo passa giorni e notti in assoluta solitudine, rinchiuso in una piccola cella di cemento del temibile “Supermax”, il sinistro penitenziario del Colorado da cui fuggire è impossibile anche per uno come lui, che di più volte ha beffato la giustizia.

Ma secondo Mariel Colon, il suo avvocato, El Chapo potrebbe uscire presto di prigione: “Il signor Guzman è molto concentrato sul suo appello, a cui stiamo lavorando con grande attenzione da mesi”. Il team legale ha annunciato l’intenzione di presentare un appello per tentare di annullare la condanna di Guzman prima della scadenza del 21 agosto.

A gelare le speranze dei legali ci ha pensato l’agente speciale della DEA Ray Donovan, che ha bollato come “molto scarse” le possibilità che El Chapo esca di prigione. “L’unica cosa che dovete capire è che c’è una montagna di prove contro El Chapo e altrettante contro il cartello di Sinaloa, che, a mio onesto parere, non credo gli lascino molte speranze”.

Per oltre 25 anni Guzman, soprannominato “El Chapo” o “Shorty” per la sua statura, è stato il più temuto e ricercato capo del potente e violento cartello di Sinaloa. I procuratori lo hanno definito un “leader spietato e assetato di sangue”, e diversi testimoni durante il processo hanno raccontato che Guzman ha ordinato e talvolta preso parte a torture e omicidi di nemici del cartello.

Ma El Chapo alla giustizia non si è mai arreso, e per due volte è riuscito a evadere dalle prigioni messicane: nel 2001 dal penitenziario Puente Grande, a Jalisco, nascondendosi in un carrello della biancheria. Riacciuffato nel 2014 e rinchiuso nella prigione di Altiplano, l’11 luglio 2015 è nuovamente fuggito attraverso un tunnel lungo quasi 2 km completo di elettricità e impianto di ventilazione. Nel 2017, viene arrestato dopo un sanguinoso scontro a fuoco con i marines messicani e nel gennaio 2017 estradato negli Stati Uniti.

Durante il processo, Guzman ha rivelato le condizioni in cui era costretto nel Metropolitan Correction Center, una prigione federale di Manhattan dov’era rinchiuso prima di essere trasferito in Colorado: “È stata una tortura fisica e mentale, la cosa più disumana che abbia mai vissuto in tutta la mia vita”. L’eco delle dichiarazioni di El Chapo hanno spianato la strada al team legale per la richiesta di un trattamento più umano. “Viene tenuto in isolamento 23 ore al giorno e da quando è arrivato negli Stati Uniti ha trascorso più di due anni senza alcun accesso all’aria fresca o alla luce naturale. È costretto a dormire con la luce accesa nella sua cella e le condizioni psicologiche sono assai preoccupanti”.

Ora, gli avvocati di Guzman hanno sollevato preoccupazioni simili riguardo alla detenzione in Colorado, dove le condizioni sarebbero perfino peggiori, in aggiunta alla pandemia. “Da quando è esploso il coronavirus è ancora più solo: tutte le visite sono state cancellate e gli sono concesse tre ore a settimana di esercizio fisico all’aperto”.

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