Foraging, consuma solo quello che trovi

| L'ultima moda negli Usa, dalla ricerca di bacche nei boschi, poi alghe, piante, funghi qualsiasi cosa commestibile

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Siete mai andati per i boschi a raccogliere castagne, funghi, tartufi o more? Bene, allora senza saperlo avete fatto "Foraging", solito inglesismo che fa tanto fine per definire la raccolta di ciò che la natura offre, un'attività antica almeno quanto la comparsa della specie umana. In Italia, a parte qualche castagna, funghi e poco altro non siamo ancora contagiati dalla nuova tendenza, mentre in altri paesi sta iniziando un preoccupante fenomeno che vuole ormai più folla nei boschi che nei supermercati. A questo, va aggiunta la scelta di alcuni chef - e relativi locali - che hanno fatto del "Foraging" un vanto diventato menù. Fra i primi a crederci René Redzepi, nientemeno chef del ristorante considerato il numero uno al mondo, il "Noma" di København, impronunciabile cittadina danese, e accanto a lui Magnus Nielsson, motore del "Fäviken" di un altro posto sperduto lassù - ad Åre - questa volta in Svezia.

In Sudafrica, nella zona di Cape Town, il Foraging è una pratica assai comune: gli appassionati setacciano le spiagge affacciate sull'oceano alla ricerca di rosmarino, spinaci, lattuga di mare e "num-num", bacche dolci che ricordano i mirtilli. Lo stesso succede nella vecchia Londra, dove almeno tre gruppi ufficiali di Foraging urbano non si perdono una mela selvatica da Hyde Park al verde di Wimbledon, e perfino a Melbourne, in Australia, paese in cui la biodiversità e di conseguenza l'offerta è considerata fra le più alte al mondo. Per finire in bellezza con New York, che nel Central Park e nel Prospect Park di Brooklyn offre una miniera di occasioni, a cominciare dall'aglio selvatico per finire al tarassaco, e con Sausalito, sobborgo alternativo e buen retiro per ex figli dei fiori di San Francisco, dove fra le case galleggianti sono sempre più frequenti le cene Foraging in cui tutti portano qualcosa, rigorosamente trovato sulla battigia o fra le colline che dominano la baia.

Mettendoci un po' di sana perplessità, si intuisce che il "Foraging" non inventa nulla di nuovo: in tempi di guerre e carestie, mettere in pentola ciò che si trovava nei boschi era prassi piuttosto comune, così tanto da creare l'Alimurgia, più o meno una scienza nata per far fronte alle necessità che studia l'arte di cibarsi di piante selvatiche non dannose per la salute. Fondamentale è la postilla ecosostenibile, di questi tempi necessaria: va bene il Foraging, ma a patto di non danneggiare l'ambiente e l'ecosistema. Si raccoglie soltanto ciò che cresce in modo spontaneo nei boschi, sugli argini dei fiumi o perfino a ridosso delle spiagge, ovvero erbe, bacche, frutti, foglie, radici e cortecce, qualcuno a dire il vero anche pesci, molluschi e crostacei, dipende dai gusti. Anche se la moderna concezione del Foraging non richiede per forza la gita fuoriporta quanto piuttosto scenari urbani, fra marciapiedi, binari e argini dei fiumi.

State pensando questo posso farlo anche io? Attenzione, perché come sempre nella vita, quel che sembra troppo semplice finisce per non esserlo affatto. Prima di cimentarsi nel Foraging è meglio seguire un corso - iniziano ad organizzarne anche in Italia - per imparare innanzi tutto a raccogliere senza massacrare l'ambiente e, altrettanto fondamentale, scoprire che non tutto ciò che sembra bello a vedersi può finire in pentola. Oltre ai funghi, per cui serve una certa conoscenza, esistono piante velenose che magari non portano alla morte ma sono in grado di procurare non pochi fastidi. Per saperne di più: www.wood-ing.org, un laboratorio italiano di ricerca sulla raccolta, la conservazione e l'utilizzo del cibo selvatico.

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